vittima dei fascisti

MAI PIU’: AUSHWITZ DI CASA MIA 20 settembre ’44

DI RINALDO BATTAGLIA

REDAZIONE

 

 

Avrei cento storie da raccontarvi su Auschwitz o sulla Risiera di San Sabba e sulla complicità dei fascisti italiani nella Shoah, nel nostro Paese sempre troppo sottovalutata, cancellata, coperta, vigliaccamente occultata.

Alcune mi hanno sempre profondamente colpito, sebbene riguardino vicende dimenticate e poste in fondo alla memoria, proprio in fondo, nell’angolo più buio e scomodo, ben nascoste tra le ragnatele di tutti noi.
Come le vite di Sylva e Sara, due bambine, o quasi ragazze, delle mie parti. Forse mai conosciutesi tra loro, ma che hanno avuto molto in comune: la Risiera di San Sabba, con un biglietto del treno di sola andata per Auschwitz.
Ma era in comune anche il luogo da cui erano arrivate a San Sabba e questa volta in corriera, sebbene scortate dalla polizia del fascio: il campo di Vo’ Vecchio.
Non meravigliatevi se non vi dice nulla.
Non dice nulla a tutti, tanto meno a noi veneti, se non dal gennaio 2020 per aver subito i primi casi di covid nel capoluogo Vo’ Euganeo, di cui ora è una semplice frazione.
Prima i Veneti”, di certo. Anche nel dimenticare.
A Vo’ Vecchio esisteva uno dei sconosciuti 200 campi di concentramento sul suolo italiano, gestiti dai fascisti poi promossi, dopo l’esame dell’8 settembre’43, a repubblichini di Salò. Non unico in provincia di Padova e situato sotto gli Euganei verso il basso vicentino, a neanche 20 km da Lonigo, dove io sono nato e cresciuto.
Qui vi era una villa storica del Seicento con un grande parco. Secoli prima era stata la residenza dei signori Contarini-Giovannelli-Vernier e fino ad allora usata quale dimora estiva delle suore elisabettine, che da oltre 100 anni erano dedite all’assistenza di orfane e fanciulle abbandonate.
Quale luogo più adatto per farne un campo di concentramento?
Più storico, devoto e pio? In un contesto da classico stile impero, peraltro.
E così, dal 3 dicembre ‘43 – dopo la ‘fascista’ Carta di Verona del 17 novembre – si trasformò la villa in un ‘campo di raccolta e concentramento’ di famiglie ebree venete, da destinare alla Shoah. Non è chiaro il numero complessivo dei deportati, stipati nei 4 piani della grande villa (qualcuno parla anche di un centinaio, ma non è stato mai documentato e provato).
È stata documentata e provata invece la presenza tra questi di Sylva.
Cinque anni prima, all’età di 9 anni, quando entrarono in vigore le leggi razziali, era stata espulsa dalla scuola e il padre, ingegnere e funzionario del Ministero dell’Agricoltura, aveva perso il lavoro. Tipico del momento.
Il questore di Padova, che stimava il padre, allo scoppiare della guerra consigliò loro di fuggire via lontano, in attesa di tempi migliori. Ma andare dove?
Trovarono ospitalità solo da una famiglia di contadini padovani, che avevano aiutato anni prima, ma nell’inverno del ‘43 causa una “soffiata” furono tutti arrestati, assieme ad altri ebrei, rastrellati tra le provincie di Padova e Rovigo.
Sylva rimase prigioniera qualche mese a Vo’ Vecchio con tutta la famiglia, poi fu deportata a San Sabba. E da lì sul finire del ‘44 fu destinata ad Auschwitz (mentre il padre e lo zio saranno portati a Dachau e assassinati).
Quando arrivai ad Auschwitz avevo tredici anni e mezzo e mi salvai dalla camera a gas perché ero già formata, sembravo una donna adulta, quindi potevo lavorare. Una ragazza della mia età, alta e secca, che viaggiava con me, venne spedita subito a morire. Rimasi sempre con mia madre, lei parlava lo yiddish, la lingua della sua famiglia, e quindi capiva bene anche il tedesco, aspetto molto importante per sopravvivere. Un pomeriggio arrivò nella nostra baracca il dottor Mengele e mi scelse insieme ad altre due ragazze per delle sperimentazioni mediche. Ci trasferirono nell’infermeria. Eravamo sedute e aspettavamo di essere chiamate, intuendo quello che ci aspettava. Uscì un’infermiera e prese, quel giorno, di noi tre solo una ragazza dell’est.’
Per fortuna di Sylva eravamo ad inizio ‘45 e per Mengele era tardi.
Dopo la liberazione di Auschwitz, Sylva e la madre rimasero per altri tre mesi nel campo:
L’odore dei cadaveri che bruciavano era insopportabile, volevamo andarcene a tutti i costi. Mia madre conobbe un ufficiale rumeno che ci portò a Bucarest. Una volta lì contattammo il console italiano. Ci venne incontro un uomo elegante che ci portò in un appartamento molto bello dove c’erano altri italiani. Mia madre vide un pianoforte e lo fissò a lungo, senza parlare. Non mi meravigliai, dopo tutto lei era una concertista e come quasi tutti i componenti della sua famiglia suonava il pianoforte e il violino. Erano emigrati agli inizi del ‘900 da Odessa, quando era ancora Russia, a Trieste. A un certo punto si avvicinò a quel grande pianoforte a coda, si aggiustò il seggiolino, iniziò a premere sui tasti. Fu così che ricominciammo a vivere.
Sylva Sabbadini è morta tre anni fa, a fine giugno 2019, a Milano, dopo aver speso una vita a testimoniare. Un’altra Liliana Segre. Liliana partita dal Binario 21 a Milano, Sylva da poco lontano da dove sono nato io per la Risiera di San Sabba. Entrambe con destinazione finale Auschwitz.
Il campo di Vo’ Vecchio fu smantellato improvvisamente il 17 luglio ‘44, quando pareva, purtroppo sbagliando, che gli Alleati stessero arrivando a giorni. O forse, meglio, i tedeschi – guidati da una spia, tale Grini, si dice nei documenti – ordinarono il trasferimento, non prima di aver rubato ai deportati tutti gli effetti personali, anche quel poco che avevano.
È facile che il nostro Mauro Grini – il ‘commerciante di ebrei’ più importante in quel tempo, triestino, ebreo e fascista – li avesse venduti e consegnati per l’incasso.
Anche loro – gli ebrei – venduti, come altri prima, come altri dopo.
Il 17 luglio ‘44, 78 anni fa.
Bisognava monetizzare, prima che fosse troppo tardi. 3.000/5000 lire per un uomo, 2.000/3.000 se donna, 1.500 lire se bambino. Questo il listino-prezzi di allora, quando un salario di un operaio si aggirava sui 200/300 lire al mese, 1.000 lire invece per lo stipendio di un alto funzionario o dirigente statale.
Il fascismo sapeva bene pagare e convincere col denaro alla propria causa, sfruttando la fame degli italiani, in quegli anni di vacche magre.
Anche loro – gli italiani – venduti come altri prima, come altri dopo.
I 47 ebrei rimasti quindi furono trasferiti in fretta e furia alla Risiera e subito già il 31 luglio avviati ad Auschwitz.
Tra questi Sara, una bambina di sei anni (era nata il 27 marzo 1937 a Padova), una bambina «di rara bellezza, bruna con i capelli a caschetto occhi scuri dolcissimi, di vivace intelligenza e di grande simpatia». Così veniva descritta in ‘Scaramucce sul lago Ladoga’ da Roberto Bassi (Sellerio editore).
Sara era scappata in precedenza da Padova coi genitori Elia Gessess ed Ada Ancona, quando i rastrellamenti dei nazisti e soprattutto dei fascisti (comandati a Padova dal prefetto Federico Menna, ‘culo e camicia’ col Duce sin dai tempi della collaborazione con la ‘banda Carità’) erano diventati più frequenti. Venne catturata solo sul confine con la Svizzera a Tirano, a pochi km dalla salvezza, il 16 dicembre 1943.
Tanto per cambiare. La sua famiglia forse non aveva idonea quantità di marchi, lire o dollari per traguardare la frontiera.
Un mese prima nel Nord Italia, e nel mio Veneto in particolare, si era fortemente rafforzata la caccia agli ebrei italiani, dopo la firma ed il giuramento dei gerarchi fascisti della Carta di Verona. E tra questi ovviamente anche l’allora capo di gabinetto del Ministero della Cultura popolare, ossia Vice Ministro (della propaganda), Giorgio Almirante.
Nella ‘Carta di Verona’ ossia il congresso fondativo della Repubblica di Salò, al punto 7, le parole erano chiare e precise: “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.
Anche Sara era ‘ nemica’.
In quel maledetto 17 luglio, la polizia e i carabinieri di guardia caricarono tutti su due camion, con prima tappa nelle vicine carceri dei Paolotti di Padova. Tutti, tra cui Ida di 6 anni, Ercole di 7, Anselmo di 9, Pasqua di 11 anni e altri più grandicelli.
Tutti però tranne Sara: la madre Ada l’aveva nascosta sotto un anfratto delle scale della barchessa. Come farà un mese dopo, il 12 agosto ‘44, Genny, la mamma di Mario a Sant’Anna di Stazzema, prima di sparare i suoi zoccoli verso gli assassini.
Ma quelli erano anni bui, con troppi uomini e donne non degni di esser chiamati persone, uomini e donne che avevano già venduto da tempo la loro anima. Chi al Duce, chi a qualche altro falso idolo.
Sara venne presa e riportata subito in carcere a Padova direttamente dal comandante fascista del campo, Salvatore Lepore, aiutato anche dalle suore ‘elisabettine’ che si occupavano, pure in quel periodo, della cucina del campo medesimo.
Sembra che, al momento di salire sull’automezzo, Sara «si sia ribellata, avrebbe pianto, gridato, forse scalciato».
Nel successivo viaggio in corriera da Padova verso Trieste, la madre cercò ancora una volta di salvare la figlia. Riuscì con uno stratagemma a farla scivolare fuori da un finestrino a una fermata, lasciandole dei bigliettini nelle tasche con un indirizzo a cui mandarla e tre parole di supplica: “Salvatela per pietà”.
Era l’indirizzo di alcuni parenti non ebrei di Padova, che potevano accoglierla e salvarla. Così avvenne. In parte. Qualcuno trovò la bambina abbandonata ai bordi della strada e la condusse nell’indirizzo indicato. Magari felice.
Tuttavia ad aspettare Sara non c’erano solo i parenti, ma anche gli uomini del Male vestiti di nero, spaventati della loro sorte per aver perso un “passeggero”. Un passeggero magari già “pagato” al Grini di turno.
«Zia, i tedeschi sono venuti a prendermi. Zia, ti prego salvami».
Le sue ultime parole, mentre la strappavano dalla zia Clara e la trascinavano via come un criminale incallito.
Sara venne così ricongiunta ai genitori, portata il 19 luglio alla Risiera, spedita ad Auschwitz-Birkenau il 31 col treno 33T e nella notte del 3 agosto gasata, come i genitori.
Sara non potrà mai testimoniare la sua sofferenza. E neanche il padre Elia e nemmeno la madre Ada, che – credo – si sia sentita già morire al solo rivedere la figlia, riportata sulla corriera destinata alla Risiera.
A me resta un grande, grandissimo dolore che non riesco a descrivere.
Io sono nato neanche a 20 km da Vò, neanche 20 anni dopo la tragedia di Sara e Sylva. Sylva era coetanea di mio padre, Sara quasi di mia madre.
Avrebbero potuto conoscersi e forse diventare amici, in un tempo di pace.
In un tempo di guerra, ognuno ha visto solo il suo dovere verso il Duce e verso il suo importante incarico, come nel caso di Lepore e dei suoi scagnozzi.
Oppure, nel caso di Grini, il facile business in anni di vacche magre.
Oppure, nel caso delle suore – spero – il lavaggio del cervello che, in quegli anni maledetti, il regime aveva generato negli uomini (e donne) che dovevano praticare il Vangelo di Gesù. Ma probabilmente coi Patti Lateranensi il Fascismo si era comperato davvero anche la fedeltà del Vaticano e dei suoi ministri.
Non di tutti, grazie a Dio. Come don Michele, il parroco martire a Fivizzano, o come gli altri 275 sacerdoti uccisi dai nazifascisti in Italia dal 8 settembre ‘43 al 25 aprile ‘45.
O come tutti gli altri Eroi che, muniti solo della Croce, lotteranno per la pace e il Vangelo – talvolta per questo anche sbeffeggiati dai gerarchi del Fascio, come Alessandro Pavolini, il segretario del PNF – e che riusciranno a sopravvivere e a testimoniare come alla fine la Vita sconfigga sempre la Morte, il Bene prevalga sempre sul Male.
Non meravigliamoci troppo del comportamento poco evangelico di queste suore elisabettine.
Potrei citarvi altri casi similari in cui uomini del regime ricorrevano alla collaborazione esterna delle figlie di Maria.
Paola Corbelli nel ‘43 aveva 25 anni ed era del villaggio croato di Senozece, italianizzato con forza in Senosecchia. Deportata a Molat (Melada) e con gravi patologie fisiche causate dalla carenza alimentare, anziché finire al campo di Fraschette di Alatri fu dapprima “affidata” alle suore del Collegio San Giuseppe Pappafava di Venezia e a seguire a quelle di Vittorio Veneto, sito in Via Cenzeo Pendes. Ma a una condizione: al primo sgarro di Paola si sarebbe dato corso «alla sua traduzione immediata a Trieste». Non ho elementi per dire se per Trieste si intendesse Risiera di San Sabba, ma non va escluso. Suore insomma usate sia come buon samaritano che come carcerieri. E non so quanto a loro insaputa.
Qualcuno vede nella consegna di Sara semplici alibi di paura da eventuali rappresaglie nazifasciste. Può darsi. Non va escluso. Ma il nazifascismo alla fine ha perso lo stesso, anche se qualcuno – ai miei tempi – non se n’è ancora accorto o non se n’è rassegnato.
Col terrore, le minacce, l’odio, puoi vincere una battaglia ma non la guerra.
La ribellione, il pianto, le grida, forse i calci di Sara che non voleva partire verso Auschwitz sono cicatrici indelebili che non possiamo dimenticare o saturare col motto “Ma ha fatto anche cose buone”.
No. Non è vero. Non credeteci. Non ‘han fatto cose buone’.
Il fascismo da noi ha trasformato un semplice funzionario in un criminale che non ha avuto compassione per una bambina di 6 anni, che poteva essere sua figlia.
Il fascismo ha creato business favolosi per delinquenti comuni che non vedevano differenze tra la vendita di un sacco di patate, di una mucca, di una pecora o di una bambina di 6 anni.
Il fascismo e il silenzio assordante del Papa Pio XII hanno modificato l’anima di 4 suore, che non hanno saputo vedere in Sara una di quelle orfanelle, a cui avevano giurato a Dio di dedicare la loro esistenza.
Il fascismo da noi ha trasformato gli uomini di un paesetto sperduto di campagna in spettatori inermi di un enorme crimine, senza che mai intervenissero. Anzi, erano i contadini del posto a fornire il latte e la frutta con cui si mantenevano in vita i deportati di Vò. In vita fino al momento dell’incasso per la loro vendita. Latte e frutta, peraltro, pagate dalla squadra di Lepore con i soldi rubati alle famiglie ebree, deportate e rastrellate in zona. Un circolo chiuso. C’era chi grazie a Vò sopravviveva e chi grazie a Vò moriva.
Nessuno che dicesse nulla, nessuno che si domandasse il perché. Tutti perduti nell’indifferenza totale, il grande alleato di Mussolini e del suo regime.
Il fascismo ha promulgato da noi – nel forte consenso generale – leggi sulla razza istigando i peggiori istinti, che non si vedevano sulla nostra terra da millenni.
Il fascismo è stato anche questo.
Ha perso perché poteva solo perdere. Ha perso e per quanto si vorrà revisionare, modificare, negare, esaltare, sbiancare, glorificare, celebrare a Predappio, dedicare vie a suoi capi-gabinetto o vice-ministri, perderà sempre finché nell’uomo ci sarà un pizzico di compassione e di umanità.
Qualora venisse a mancare, non servirà dire che ci siamo sbagliati, perché non ci sarà più tempo per nessuno. E per fortuna, forse.
Dagli anni ‘50 la Villa Contarini a Vo’ Vecchio è passata di proprietà al Comune, che dal 2006 ha iniziato un’opera importante di recupero dello stabile e soprattutto della nostra memoria.
Nella villa sulla facciata esiste ora una grande lapide coi nomi di alcuni martiri che sono partiti da Vo’ Vecchio. Ci sono anche i nomi di Sara e Sylva e dei loro familiari.
È scritto in alto:
Qui nella Villa Venier durante l’occupazione tedesca sono stati internati gli ebrei di Padova catturati insieme ad altri ebrei nel padovano”.
Mi ricordo sempre le parole di George Orwell in 1984: «chi controlla il presente controlla il passato e chi controlla il passato controlla il futuro».
E/o viceversa.
Si chiama “storia”, si scrive “propaganda”, si legge “manipolazione”, si intende “truffa”.
Personalmente trovo la lapide storicamente falsa e subdolamente vigliacca.
Non viene scritto chi è stato. Cosa vuol dire “durante l’occupazione tedesca”?
Non sono stati i marziani o gli alieni. “Durante” è un avverbio di tempo, non un sostantivo. Nella frase della lapide manca il soggetto.
Sono stati invece gli uomini di Salò del Gen. Rodolfo Graziani, i fascisti del Duce. Perché – anche 80 anni dopo – non scriverlo, non dirlo a voce alta? Perché? A chi risulta scomodo? Politically not correct? Vergognarsi mai?
(…)
Il fascismo è stato anche questo.
È stato – questo sì – senza dignità.
Sempre colpa degli altri. “E allora Stalin, Tito, Pol Pot, Mao?”.
A Vo’ Vecchio il Fascismo del Duce si è manifestato peggiore del Nazismo di Hitler. Non ha saputo assumersi le proprie responsabilità.
Del resto è la Storia a scriverlo. Il Fuhrer nell’ultimo giro dei dadi, al momento della sconfitta, si è suicidato; il Duce è fuggito.
Come uno squallido ladro, dopo un furto andato male.
Ognuno può dire quel che vuole. Non so voi.
No, non ha fatto cose buone!
Se lo pensate, liberi di farlo. Ma ricordatevi prima di Sara, della sua ribellione, del suo pianto, delle sue grida, forse dei suoi calci.
(…)
Un altro grande testimone e vittima della Shoah italiana – trovatosi dalla parte di Abele anziché quella di Caino – quale Piero Terracina, prima di morire disse una frase che credo racchiuda il senso di quanto da me qui scritto:
La memoria non è il ricordo. E’ quel filo che lega il passato al presente e condiziona il futuro’.
Senza memoria, senza la dignità e la memoria non c’è futuro per la nostra Italia. A meno che sia proprio questo che si voglia.
“Salvatela per pietà”.
Salviamo la memoria. Salviamo l’Italia.
“Salvatela per pietà”.

 

la colpa di esser minoranza

20 settembre 2022 – Rinaldo Battaglia
prendendo libero spunto in parte dal mio ‘La colpa di esser minoranza’ – ed. AliRibelli – 2020