Giuseppe Jona

MAI PIU’ LE CICATRICI DELLA SHOAH DI CASA MIA – 17 settembre 1943

DI RINALDO BATTAGLIA

REDAZIONE

 

Il 17 settembre 1943 un grande medico di Venezia, Giuseppe Jona, che curò per decenni i malati della città, si suicidò per non esser costretto – da ebreo – a consegnare ai nazisti e ai loro soci fascisti di Venezia, l’elenco dei propri clienti e quindi, di fatto, la lista delle famiglie ebraiche lì residenti.

Era stato un illuminare nel suo campo, un grande uomo. Dopo la disfatta di Caporetto fu premiato più volte per il suo impegno e capacità nel curare le malattie fisiche e ‘mentali’ dei nostri reduci.
Ma con le leggi razziali del ‘38 venne cacciato dall’Ospedale di Venezia, non poté più insegnare nelle varie scuole dove era alquanto ricercato ed apprezzato, venne radiato da tutti gli Atenei e nel ‘40 persino depennato dall’Albo dei Medici e quindi ne fu vietata la professione. Continuò lo stesso abusivamente e da quel momento la sua clientela divenne esclusivamente quella ‘ebraica’, quella che non aveva diritto alle cure.
E’ una delle tante storie della Shoah italiana. E a me ferisce ancora di più perché è una storia della mia terra veneta. Ma la vergogna ovviamente non fu solo veneta, ma del tutto il nostro paese, sin dal giorno in cui il Duce disse che ‘ll razzismo italiano data dall’anno 1919 ed è base fondamentale dello Stato fascista’.
Ben prima delle Leggi Razziali del ‘38.
Ben prima del censimento degli ebrei del 22 agosto 1938.
Stando alle schede prefettizie, conservate all’Archivio di Stato di Roma, erano 46.656 quel giorno (di cui solo 9.415 vennero dichiarati ‘italiani’, e 37.341 ‘stranieri’ ossia con almeno un genitore ‘non italiano’), lo 0,1% dell’intera popolazione italiana, la metà in proporzione di quanto erano gli ebrei in Danimarca.
‘Uno su mille’ come ebbe a dire più volte poi il Duce.
Uno su mille. Il ‘problema’ era creato da un ebreo ogni mille italiani…
L’uomo della Provvidenza, osannato dal mondo a suo dire, che aveva paura di un esercito
‘non-armato‘ composto da un ‘non- soldato’ contro un esercito altri 999 soldati!
Ma sappiamo bene come è andata, per chi vuol sapere.
La forza della propaganda fascista. La forza della manipolazione delle menti, usando bene i ’media’ di allora, le shop-opera e i salotti coi loro talk-show di allora.
E arrivarono i campi di concentramento per i ‘non desiderati’, gli oppositori al regime,
i rom, gli ebrei. Soprattutto gli ebrei, in quanto ritenuti pericolosi perché ‘antifascisti’. Malgrado le disgrazie della nostra guerra, mentre i nostri alpini morivano in Grecia o nei Balcani, a Ferrara – una delle città col maggior insediamento ebraico da secoli – il 21 settembre ‘41 incendiarono case e bastonarono centinaia di ebrei. A Trieste, città dove si stava sistemando la Risiera di San Sabba per il futuro lavoro, il 18 luglio ‘42, mentre i nostri soldati morivano nel deserto africano a fianco di Rommel, saccheggiarono la sinagoga. Tra gli applausi del Duce, il silenzio dell’Intellighenzia italiana, il non-sentire della Chiesa di Pio XII, molto più interessato ai successi iniziali dei nazisti in Russia contro i comunisti di Stalin.
Importanti Vescovi chiesero soccorso al Papa per i disperati – ebrei e non – nei nostri campi di concentramento (Rab, Fraschette di Alatri, Agnone, Bagni di Ripoli, Renicci) senza apparente esito.
Non ci fu un’azione popolare, di massa contro le leggi razziali e a difesa dei nostri connazionali ebrei.
Ci furono molti ‘Giorgio Perlasca’, non famosi, che individualmente, ‘individualmente’, per scelta personale, umana e propria, aiutarono molti ebrei. Ma a loro rischio e pericolo.
A colpire prima dei nazisti tedeschi erano soprattutto i fascisti italiani.
Magari anche di origine ebraica. Uno dei più grandi ‘commercianti di vite’, uno dei delatori che più si arricchì e che ‘industrializzò’ il processo della ‘delazione’, fu un ebreo di Trieste, Mauro Grini. Fascista convinto, operò soprattutto durante la guerra ed essendo ebreo arrivò dove altri non sarebbero arrivati. Fece deportare migliaia di ebrei, catturandoli a Trieste, in Friuli, a Venezia, Firenze, Milano soprattutto nella zona al confine con la Svizzera, verso dove scappavano gli ebrei che potevano finanziariamente permetterselo.
Perché tutte le leggi razziali, tutto quel ‘modus vivendi’ erano basati sul denaro, lire o marchi a seconda del caso, lire o marchi a seconda del luogo.
Mauro Grini aveva molti ‘collaboratori’ – col sistema a piramide che si dice, erroneamente, inventato negli anni ‘60 negli USA – tutti attirati dal denaro facile e per organizzare al meglio il traffico di essere umani fissò anche un prezzario. Fu lui il primo a brevettarlo, altri a Roma lo copieranno. Verrebbe da chiedersi – se non stessimo parlando di persone e di crimini – se avessero istituito anche un catalogo-prodotti, un book per facilitare il commercio, incentivare le vendite, migliorare il business.
Il ‘pezzo’ pregiato era il padre di famiglia, quotato 3.000 lire, perché solitamente aveva una moglie (1.500 lire, max. 2.000 se giovane) e solitamente dei figli (da 1.200 a 1.500 lire per ogni figlio). Strada facendo a metà del ‘44 arrivò anche a raddoppiare le ‘tariffe’. Neanche al mercato ittico di Trieste, ove era nato, si faceva così, coi pesci. E i nazisti pagavano bene, riciclando i soldi rubati agli stessi ebrei.
E molti furono i Mauro Grini in Italia in quegli anni vigliacchi ed assassini. Tutti eroi del fascio e poi, (forse) come Mauro Grini, al momento della resa dei conti, pronti a scappare in Sud America, tramite la Rat-Line, in attesa di una amnistia o di un indulto, che prima o poi sarebbero, come la neve d’inverno, arrivati.
E dal 1948 al 1964, ad ogni elezione c’era una amnistia o un indulto.
Servivano voti, servivano voti da tutti, anche dagli ex-fascisti vestiti a nuovo, e le amnistie o gli indulti erano l’esca per contrattare, per barattare. Altrove lo si chiamerà ‘voto di ‘scambio’.
Nell’estate ‘44 arriverà a Terezìn anche un’altra italiana, anche lei veneziana, primaria terra di pascolo di Mauro Grini e dei suoi scagnozzi vestiti di nero colore.
Il suo nome era Amalia Navarro e sarà una dei pochi nostri connazionali passati per Terezìn a sopravvivere (matricola A-8483). Era nata nei tristi giorni della sconfitta di Caporetto, quando altri suoi familiari lottavano per la bandiera italiana.
Come racconterà nel suo diario dal titolo inequivocabile: ‘Siamo ancora vive’.
La mattina del 5 dicembre 1943 fu comunicato alla sua famiglia che alla questura centrale era arrivato un fonogramma da Roma con l’ordine del rastrellamento degli ebrei di Venezia. Lei, spaventata a morte dopo anni di minacce, cercò di convincere la madre Rita, da poco vedova del marito Attilio, supplicandola, di fuggire via. Ma restava sempre la solita semplice domanda:
Dove vuoi che andiamo? Ormai ci conoscono dappertutto. Sarà quel Dio vorrà“.
Alla fine, insistendo riuscì a convincerla cercando rifugio ed ospitalità da una lontana cugina, moglie di un cattolico.
Ma lì una sera, rientrando prima del coprifuoco delle ore undici, e passando davanti alla casa del fascio, videro molti fascisti delle squadre d’azione in movimento e diretti verso anche la casa della cugina e in quelle vicine.
Voi da questa parte, voi da quest’altra“, diceva uno di essi dando ordini.
Avvisarono e cercarono rifugio altrove. Alle sei del mattino tutti quelli che erano stati trovati in quelle case erano già stati portati via verso Fossoli.
Chiesero così asilo a diversi conventi, senza trovare posto e peraltro anche i conventi non erano sicuri, essendo spesso perquisiti dai fascisti.
Stanchi di girare di rifugio in rifugio senza sicurezza, alla fine ritornarono al punto di partenza, nella loro casa a Venezia. E lì poco dopo furono tutti arrestati il 5 maggio 1944. Erano in nove, la mamma, a sorella, il fratello, la zia, un cugino con la moglie e due bambini, il più piccolo di otto giorni.
La famiglia sarà dispersa tra vari campi di concentramento e di sterminio, alcuni prima a Terezìn e poi ad Auschwitz Birkenau, Bergen-Belsen, Buchenwald.
Amalia ritornerà a casa, nella mia bella terra veneta, a guerra finita ma solo ai primi di settembre del 1945. A Venezia però non fecero più ritorno nè la madre né il fratello, ‘persi’ tra Terezìn e Auschwitz, forse.
Scriverà le sue memorie subito, ma le inchioderà dentro un cassetto fino al 2002. Prima di avere la forza di pubblicarle, molta acqua doveva prima scorrerle addosso.
Alla famiglia veneziana di Emma e Anna Zevi successe di peggio.
Erano in chiara difficoltà economica con un piccolo negozio via Roma (ora Via Matteotti), e malgrado i messaggi ricevuti, il giorno prima, il 4 dicembre, essendo sabato, vollero prima partecipare al mercato settimanale, dove speravano di vedere e ricavare qualcosa in prossimità del Natale. Vendevano di tutto, come tutti i negozi di allora. Erano ebree ma ben volute e conosciute come persone oneste e quindi credevano di non essere ‘pericolose’.
Certo segnali ne avevano ricevuto e ben chiari: il figlio maggiore di Emma, Umberto Primo, nel ‘38 era già fuggito via da dove abitava (a Castelmassa, nel padovano) dopo esser stato licenziato dalla banca in cui lavorava, perché ebreo. Era riparato, nascosto e clandestino, proprio a Venezia, da loro, ma pochi giorni prima era stato ‘venduto’ per 5.000 lire. Umberto resterà in carcere per alcune settimane ma dopo, grazie all’interesse diretto del Patriarca di Venezia Giovanni Adeodato Piazza, venne stranamente liberato (altro denaro?), rifugiandosi in una fattoria di San Cosma a Monselice e, grazie quei contadini, salvandosi.
Anche Anna aveva convinto la mamma Emma a preparare le valigie e fuggire. Ma pensarono che si potesse ancora aspettare qualche ora, dopo il mercato.
Ma verso le 11 di mattina, in negozio arrivarono i tedeschi su indicazione probabile di un dipendente comunale della sezione fascista di Venezia.
Altri 5.000 lire per ciascuna? O, essendo donne, solo la metà?
Vennero entrambe arrestate e trascinate tra i loro pianti e forti urla, fuori dal negozio come fossero ladre e portate in caserma dai Carabinieri. Nel tragitto nessuno si mosse, tutti videro e nessuno intervenne. Erano abituati oramai, erano anestetizzati da troppi anni, oramai, per svegliarsi. Al massimo qualcuno faceva le corna, come era diventato uso e consuetudine davanti agli ebrei.
Era Venezia, quella della vecchia gloriosa Repubblica Serenissima, il fulcro del commercio e culla della tolleranza per oltre 10 secoli.
Ma a quel tempo il fascismo non era ancora nato, le sue disgrazie sarebbero arrivate soltanto molto dopo.
In caserma si presentò solamente una piccola donna, vecchia cliente del negozio, forse legata a qualche carabiniere, che, insistendo, riuscì a farsele consegnare per una notte, affinché almeno dormissero in un letto a casa sua, in Piazza Trento. Il giorno dopo, le guardie che mai avevano abbandonato di controllare quella casa (‘valevano’ soldi, non per altro), andarono a riprendersele e portarle al campo di Vò Vecchio, di Villa Contarini Vernier, dove comandava il fascistone Salvatore Lepore.
Vi rimasero fino al 17 luglio’44 quando vennero spedite alla Risiera di San Sabba e qui già ai primi di agosto ad Auschwitz per la camera a gas. Non tornarono più nel loro piccolo negozio di cianfrusaglie e nel loro modesto appartamento. Solo dopo qualche giorno, il negozio era già stato depredato e l’abitazione svuotata anche dei mobili meno di valore. Del resto, tutti sapevano che Emma ed Anna non avrebbero più fatto ritorno. A Venezia non avevano mai perso il senso degli affari, anche dopo la morte della Serenissima.
Erano ebrei e, stando alle leggi del Duce e alle fondamenta della nuova Repubblica (quella meno gloriosa di Salò), utili solo da derubare ed eliminare, sterminandoli tutti. Del resto la ‘Carta di Verona’ del 17 novembre 1943 parlava chiaro, in particolare nell’articolo 7:
Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.
Peccato che nella mia Vicenza, capace talvolta di festeggiare ed onorare il Duce il 28 aprile, con tanto di necrologi sul giornale locale, la ‘Carta’ della vicina Verona venga confusa con quella ‘dei vini’ al ristorante. E la divisioni degli altri, in base al colore esterno o la provenienza d’origine controllata, è ancora tremendamente forte. Che poi si tratti di vini o persone, poco cambia.
Che poi si chiami ‘ignorantismo di ritorno‘ o anche di sola andata, non modifica l’attuale realtà: è l’Italia post fascista, poco post, molto fascista.
Erano ebrei, ‘spazzatura’ del mondo, nemici del Duce e di Hitler, erano solo acqua che scorre. E a Venezia e nelle terre venete – da sempre lo si sa – grazie all’acqua da duemila anni si campa.
La Storia insegna che durante la guerra, in tutto i nazisti deportarono 8.564 ebrei dall’Italia e dalle isole allora italiane di Rodi e di Kos.
Tra di essi vi erano anche 776 bambini di età inferiore ai 14 anni. I sopravvissuti furono 1.009, meno del 15%, tra cui solo 25 bambini.
I morti per la Shoah italiana invece 7.555, di cui un 10% bambini (ben 751).
Perirono quasi il 20% degli ebrei residenti e schedati nel 1938. I più fortunati o benestanti scapparono all’estero, chi negli Usa, chi in Svizzera. Gli altri rimasero alla mercè dei nazisti e dei soci fascisti, delatori alla Mauro Grini o meno.
7.555 croci sulla coscienza della nostra storia.
7.555 e innumerevoli sofferenze. A chi dobbiamo imputarle?
Dov’era il nostro mondo? La nostra cultura, la scuola di Mazzini, Manzoni, Verdi?
Dov’era la generazione di mio nonno e di mio padre?
Dov’era ‘l’uomo’ italiano? In quale caverna era nascosto?
Su quale cassaforte era seduto?
Gli ebrei italiani, erano italiani. Erano persone, non numeri o bestie.
Erano gli ebrei, allora, a quel tempo. E alla prossima volta a chi toccherà?
Omosessuali, testimoni di Geova, Valdesi, bianchi, neri? O i pensionati perché non più produttivi e tutti quegli ‘altri’ non più utili al sistema?
Chi lo deciderà e ‘chi fermerà la musica’?
Sulla Gazzetta Ufficiale del 28 agosto 1931, fu pubblicato il regio decreto n.1227 che all’ art. 18,obbligava docenti universitari a giurare “devozione alla Patria e al regime Fascista“, pena il licenziamento.
Su 1225 docenti, solo 12 non giurarono e furono licenziati. Dodici!
La prossima volta, quanti saranno a non giurare?
La lezione è servita? Forse, affinché a noi servisse, bisognerebbe conoscerla.
O rimane, senza lasciare traccia ai posteri, come l’acqua che scorre ?
7.555 croci sulla coscienza della nostra storia.
7.555 e innumerevoli sofferenze. A chi dobbiamo imputarle?
Dov’era la generazione di mio nonno e di mio padre?
Dov’era?

non ho visto farfalle a Terezin

17 settembre 2022 – Rinaldo Battaglia
pagina liberamente tratta da ‘Non ho visto farfalle a Terezin’ ed. AliRibelli – 2021