targa Palatucci a Fiume

MAI PIU’: IL QUESTORE CHE FU ARRESTATO DAI NAZISTI

DI RINALDO BATTAGLIA

REDAZIONE

 

Più che parlare dei carnefici preferisco oggi ricordare chi stava dall’altra parte della riva del fiume o, meglio, seppe con dignità e fermezza passare – nei fatti – da una riva all’altra, avendone visto la differenza. Mi riferisco a Giovanni Palatucci. (…)

Giovanni nasceva vicino ad Avellino nel 1909 da buona famiglia, sin da giovane si dedicò con impegno allo studio, laureandosi già nel 1932 a soli 23 anni in giurisprudenza a Torino. Erano gli anni del forte consenso fascista e un giovane se voleva far carriera oltre all’impegno nel lavoro o nello studio doveva godere, prima di tutto il resto, della tessera del partito. In virtù di quella tessera aveva svolto, già nel 1930, il servizio militare come allievo ufficiale e aperto una strada verso quel mondo. Nel 1936 diventò vice commissario di pubblica sicurezza e già l’anno successivo, a soli 28 anni, venne promosso prima come responsabile dell’ufficio stranieri e, poco dopo, come questore nella ‘caldissima’ Fiume. Forse la più critica nelle nuove terre ‘conquistate’ con la guerra. E qui si fece apprezzare dal regime per la sua dedizione e fedeltà.

Le cose a Fiume peggiorano fortemente con la guerra d’invasione in Jugoslavia: era la zona di Podhum, dei massacri di luglio ‘42 e non solo, di Rab/Arbe e dei altri campi di concentramento fascisti, della caccia agli ebrei prima e dopo l’8 settembre ‘43. In particolare a Spalato nel giugno del 1942 con le sinagoghe bruciate dai fascisti del Duce.
Ma era anche la terra dove nasceranno le prime vendette slave già dal 9 settembre, le prime foibe, la caccia agli italiani, colpevoli o innocenti non importava.
Erano momenti importanti per il giovane questore Palatucci, che decise di ‘muoversi’.

Aveva uno zio importante che fino a qualche anno prima aveva cercato poco, forse perché voleva fare carriera senza aiuti dall’alto: gli bastava la tessera del fascio.

Lo zio è il mons. Giuseppe Maria Palatucci, il grande vescovo di Campagna, un paese anonimo nelle terre di Salerno, dove però dal giugno ‘40 Mussolini aveva creato un campo di concentramento. Come sede peraltro – pensate – avevano utilizzato l’ex Convento Domenicano di San Bartolomeo e l’ex Convento degli Osservanti dell’Immacolata Concezione. Doveva incarcerare i milioni di prigionieri di guerra, inglesi e francesi, che l’Italia fascista avrebbe raccolto con facilità nelle sue gesta eroiche.

Alla fine sarà usato soprattutto contro i soliti ebrei e i soliti slavi. Si parla in tutto di 369 deportati, altri direbbero molti, molti di più. Non si è mai bene capito o documentato.
Comunque non tantissimi se vogliano ma, in quella zona e in quel momento, già sfamare i contadini locali era un successo, perché anche i deportati andavano alimentati.
E se si riuscì fu grazie alle azioni, agli interventi, alle ‘relazioni sociali’ del vescovo Palatucci.
Documenti provano che già il 29 ottobre 1941 il segretario del PNF, Adelchi Serena, si lamentava con l’allora capo della polizia locale, Eugenio De Paoli, e con i suoi fidi Maiello e Carrozzo, per esser venuto a conoscenza della «troppa libertà in cui vivevano gli internati» chiedendo «immediati provvedimenti conseguenti». I prigionieri infatti erano aiutati e sostenuti dalle famiglie della zona – per quanto povere – grazie all’interessamento continuo del Vescovo.
Fra i prigionieri vi erano anche due medici ebrei, talmente capaci che – in quegli anni di vacche magre e assistenza sanitaria inesistente – venivano chiamati per le case a curare gli abitanti del posto, sebbene questo fosse ovviamente vietato. E non fu un caso che nel campo morirono solo pochi deportati (sembra solo due e per tifo) e sembra che il pane, anche se poco, mai mancasse. Talvolta qualche deportato veniva persino invitato a cena dai contadini e un altro prigioniero russo – Alexander Degai – dipinse vari quadri, regalati alle donne del posto. Si creò così davvero un clima di “quasi amicizia”, inconsueto, se vogliamo.
Ognuno fece la sua parte, ivi compreso il podestà Carlino D’Ambrosio e le autorità fasciste del paese, che nascosero ai superiori di Roma la particolare anomalia. Sempre ‘ringraziati’ nelle preghiere, e non solo, dal Vescovo.
E qui ritorna, importante, il rapporto tra lo zio vescovo a Campagna e il nipote questore a Fiume.
Si racconta che non furono pochi infatti gli ebrei (ma non solo) del ‘fiumano’ che vennero deportati nel campo di Campagna, evitando la shoah e avendo salva la vita. Si dice che per alleviare le sofferenze dei deportati venne predisposta nel paese – su insistenza del Vescovo – una biblioteca, creato un bollettino di informazioni sulla loro vita, qualcuno addirittura suonava il piano nella S. Messa della domenica. Si organizzò persino una squadretta di calcio con partite con i paesetti vicini utilizzando giocatori, diremmo oggi, extracomunitari con tanto di “nome d’arte” per non farli identificare.

Ma il meglio avvenne dopo l’8 settembre, quando arrivarono i tedeschi e chiesero subito la consegna immediata degli internati, ebrei o meno che fossero. Qui come altrove. Solo che a differenza di altrove, quando si diressero verso gli ex conventi, forse – qualcuno disse – anche per ammazzarli, non ne trovarono uno. Un uccellino li aveva avvisati e fatti fuggire sulle colline, verso i monti Picentini. Il Kommandant nazista prese inevitabilmente male la cosa e preoccupato dall’arrivo degli Alleati (arriveranno a Campagna solo il 19 settembre) fece bombardare a più riprese il paese. Morirono almeno 300 persone, tra cui anche un altro ex internato.

Qualcuno cominciò a studiare il caso del Vescovo e soprattutto dei legami continui col nipote a Fiume, in particolare quando il comando militare nella città passò sotto le S.S. del capitano Hoepener.

E il giovane questore Palatucci lo capì, ne prese atto ma non si fermò.
In una lettera ai genitori scrisse: «Ho la possibilità di fare un po’ di bene, e i beneficiati da me sono assai riconoscenti. Nel complesso riscontro molte simpatie. Di me non ho altro di speciale da comunicare»
Il padre Felice aveva un fratello vescovo, non poteva che accettare i rischi del figlio.
Non vi sono certezze o numeri sulla quantità degli ebrei (e non solo ebrei ) ‘salvati’ ma resta l’indiscutibile importanza dell’azione ‘dal di dentro’ del questore Palatucci a Fiume.
Qualche sopravvissuto alla Shoah – la famiglia di Carl Selan e altri – anni dopo quantificheranno in 5.000 le persone che grazie al suo intervento – diretto o indiretto – riuscirono a scappare dalla morte o dalle retate.
Numeri forse esagerati, non documentati, forse diventati quasi ‘da leggenda’ ma comunque in ogni caso importanti e decisivi.
E che la sua azione fosse importante e decisiva lo capirono anche amici fidati del questore
Come il Console svizzero di Trieste, che volle un giorno offrirgli una via di fuga verso la Svizzera, un biglietto sicuro per la salvezza. Palatucci l’accettò di cuore, ringraziò l’amico, ma al suo posto quel giorno senza avvisare chi di dovere fece fuggire un’amica ebrea, Mika Eisler originaria di Karlovać. Mentre la madre di questa, Dragica Braun, venne fatta nascondere con successo a Laurana, poco lontano da Abbazia. Anni dopo – analizzando il caso – qualcuno non comprendendo il perché di tale ‘scambio’ ipotizzò che l’amica ebrea fosse sentimentalmente legata al questore. E quindi l’atto ‘eroico’ risultava meno di valore o di più parte. Vero o falso che fosse, talvolta non si riesce a capire l’ottusità di certe opinioni e la cecità di certi uomini.
Restano confermate, invece, azioni di disturbo da parte del questore in quel maledetto anno 1944 nelle azioni dei nazisti in città o nei rastrellamenti dei villaggi vicini, talvolta anche dando rapporti sbagliati ai propri diretti superiori, i fascisti di Salò del Duce e del gen. Graziani.
Come restano documentate sue iniziative con altri italiani di Fiume che miravano, a regime nazi-fascista caduto e a guerra finita, di mantenere libera ed indipendente Fiume e non certo che fosse preda di Tito, peraltro sempre più forte (a metà ottobre ’44 sarà liberata Belgrado e la notizia incendierà ancora di più la guerra anche in Istria).
Alla fine il questore Palatucci venne e scoperto nel suo ‘gioco’.

ll 13 settembre 1944 – 78 anni fa, come oggi – venne arrestato dai nazisti, tra gli applausi probabilmente dei fascisti di Salò, e tradotto subito nelle carceri infernali di Trieste, al tempo della criminale banda Collotti. Il mese dopo, il 22 ottobre, venne spedito nel viaggio senza ritorno a Dachau, dove il 10 febbraio 1945 morirà. Due mesi dopo il lager sarebbe stato liberato, 4 mesi dopo lui avrebbe compiuto 36 anni. Lo zio, vescovo di Campagna, invece vedrà la pace e morirà 16 anni dopo, nel 1961 nella sua diocesi.

(…) In data 19 dicembre 2000 il Presidente della Repubblica, Carlo Azelio Ciampi, ha onorato con la Medaglia d’oro al Merito Civile il Comune di Campagna per come i suoi abitanti hanno aiutato e assistito gli internati del campo: “La popolazione di Campagna, sfidando i divieti e le minacce di punizione e rappresaglie e dando testimonianza di elevati sentimenti di solidarietà e fratellanza umana, si adoperò per alleviare le sofferenze, dare ospitalità e, talvolta, favorire la fuga degli ebrei internati nel campo di concentramento ubicato in quel Comune. Mirabile esempio di eccezionale abnegazione ed elette virtù civili. 1940-1943“.
È stata promossa inoltre di recente un’iniziativa presso lo Yad Vashem di Gerusalemme dal ‘Comitato Palatucci’ e dal rabbino Shalom Bahboot, con lo scopo di far attribuire a Campagna il titolo di ‘Città dei Giusti’.
Più che meritato, tutto.
Un piccolo paese, di allora 11 mila anime in tutto, dimostrò al mondo che – se bene guidato – non contavano il credo religioso, le idee politiche o la nazionalità. Contava solo la consapevolezza di esser uomini. Una grande lezione, davvero. Una grande scuola verso gli altri.
Prima di morire (già nel 1952) lo zio vescovo volle però dare meriti anche al nipote.
Giovanni Palatucci dal 1990 è considerato dallo Yad Vashem ‘Giusto tra le nazioni’, il massimo riconoscimento per il mondo ebraico per chi non è ebreo.
Nel 1995 è stato premiato con la ‘Medaglia d’oro al merito civile’ dal Presidente della nostra Repubblica.

Va anche detto che pochi anni fa, nel 2013, il Centro Internazionale di Studi Primo Levi di New York ha messo in discussione i numeri ‘legati’ alle vicende del questore, forse magari ‘gonfiati’ dalle parole dello zio vescovo, forse troppo orgoglioso del nipote. Vero o falso che fosse quel numero, resta il coraggio e la determinazione di un uomo che, pur crescendo nel mondo fascista e diventando egli stesso parte di quel regime, ha saputo – al momento opportuno – vedere quello che altri non volevano vedere e soprattutto ha deciso di intervenire.

Intervenire sapendo bene rischi che correva.

Se l’Italia durante il fascismo era ammalata di indifferenza e ciò favorì il regime, il giovane Palatucci confermò che si potevano seguire anche altre strade. E quindi la colpa degli altri ‘indifferenti’ risulterebbe assai maggiore.

Albert Einstein, un giorno, disse che “Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie ma per quelli che osservano senza fare nulla.
Credo che il nipote del Vescovo non si possa annoverare tra questi e che meriti tutto il nostro rispetto ed il nostro onore.

13 settembre 2022 – 78 anni dopo l’arresto del questore Palatucci- Rinaldo Battaglia

liberamente tratto da ‘La colpa di esser minoranza’ – ed. AliRibelli – 2020 e da ‘A Podhum io scrivevo sui muri’- ed. Ventus/AliRibelli – 2022

a Podhum scrivevo sui muri