MAI PIU’: I BAMBINI DI RAB – 10 SETTEMBRE 1943

DI RINALDO BATTAGLIA

REDAZIONE

 

(il 9 e 10 settembre 1943 venne liberato il campo di Rab/Arbe, dove vi era un ‘commercio di bambini, quasi neonati’ presi dalle loro mamme e venduti a famiglie ricche italiane, come ‘adottati’).

Fra i nostri campi fascisti quelli che fecero la parte del leone furono: Gonars e Visco in Friuli, Monigo e Chiesanuova nel Veneto, Fraschette di Alatri vicino a Frosinone e, in un secondo momento, Renicci di Anghiari nell’aretino, il più grande ed esteso campo di concentramento sull’attuale suolo italiano. Erano tutti campi legati con un filo diretto coi Vertici della SuperSloDa.

Sviluppatisi poi Arbe (Rab) (per slavi ed ebrei) e il campo di Mamula – sito nell’omonima isoletta nel profondo sud della costa dalmata, davanti a Lopud nelle Elafiti – o quello di Vodizze (Vodice) e Buccari (Bakar), anche nella vicina e più comoda Dalmazia, alcuni deportati di Podhum verranno riportati indietro. E analogamente a loro molti altri slavi. In questi campi saranno trattati peggio delle bestie. Arbe addirittura, stando allo studio di vari, importanti, storici, presentava una mortalità superiore a quella di Buchenwald e chi conosce le atrocità del lager ‘dei faggi’ può ben capire e davvero spaventarsi.

Per identificare, invece, le condizioni ‘da vero lager nazista’ del campo di Vodice, basta riportare due righe del vescovo di Sebenico, mons. Girolamo Mileta (basate su testimonianze dirette a lui rese dal cappellano militare delle camicie nere, padre Giorgio Zoldan) spedite il 17 novembre ’42 al Governatore della Dalmazia, Giuseppe Bastianini:
A Vodizze il vitto degli internati è di 20 grammi di pane al giorno per persona e nient’altro e dormono sul cemento”.
Da notare che l’Alto Prelato usi anch’egli il termine di ‘internato’. Consueto ed offensivo. Come sarà altrettanto offensivo chiamare, pochi mesi dopo, gli ‘schiavi’ di Hitler quali ‘IMI, internati miliari italiani’. Offensivo e falso.

I termini, le parole contano sempre e identificano chi e come le usa. Ed in questo caso ad usare furono i fascisti di Mussolini ed i nazisti di Hitler. Dove le differenze?

Venti grammi di pane al giorno? Se non è una condanna a morte, cos’è?

Nei lager nazisti la quantità media prevista era di 150 grammi per ogni deportato, qui 7 volte di meno. 150 grammi di pane per i nazisti erano il minimo di calorie necessarie per tenere in vita un prigioniero (1.030 calore) come studiato, in quegli anni, dal ministro dell’Alimentazione di Hitler, Herbert Friedrich Wilhelm Backe. Venti grammi, solo poche briciole, al giorno.

Nessuno ha mai provato a pesare 20 grammi di pane? Avete mai mangiato solo 20 grammi di pane in un giorno? Un solo giorno non per mesi e mesi, anche oltre un anno?

Aveva proprio ragione il commissario del fascio Umberto Rosin nel suo dire che “gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi“.

Lo stesso padre Giorgio Zoldan dirà in seguito, in quanto cappellano delle camicie nere e a riguardo il campo di Vodice: “Sotto l’aspetto igienico ritengo possa esser di pericolo anche per le nostre guardie“. Parole che suonavano bene: era preoccupato da buon cristiano per la salute delle guardie? Certo, era cresciuto negli anni di Pio XII e del ‘Dio, Patria & Famiglia’ come sottofondo canoro. Le nostre guardie e gli altri?

Un po’ meglio andava, per l’alimentazione, ad Arbe dove però c’era una forte differenziazione – pensate – tra ebrei e slavi.Ai primi si arrivava a poco meno dei 150 grammi di pane – l’influenza nazista forse lo richiedeva – ai secondi poco più della metà.

Scrisse il deportato Franc Potocnik, ex-ufficiale di Marina jugoslava e dopo l’8 settembre’43 tra i primi prigionieri di Rab ad unirsi ai partigiani di Tito, fino a diventarne poi comandante di un battaglione.
Pane se ne riceveva di solito 70/80 grammi al giorno; la quantità non superò mai i 100 grammi…. Nella brodaglia nuotavano alcuni maccheroni oppure qualche grano di riso. Il resto era composto da cappucci, torsoli di verdure, barbabietole puzzolenti o zucche buone solo per maiali e invece della carne c’era soltanto qualche osso. La carne, se c’era, l’avevano mangiata quelli della cucina o gli ufficiali.
In ogni guerra, in ogni lager, c’è chi vive e si arricchisce e chi invece muore di fame.

La Storia si ripete sia nei lager nazisti, che in quelli comunisti di Stalin e Tito, e ovviamente da noi. Del resto cos’è la guerra se non un business?

Molto eloquenti le parole ancora del deportato Franc Potocnik:“L’amministrazione di Arbe era completamente corrotta e, perciò, la quantità di vitto diminuiva in modo disastroso. Ciò che non arrivava ai legittimi destinatari era oggetto di tutte le forme di mercanteggiamento. Così per il denaro: chi riceveva qualche modesta cifra dai parenti veniva regolarmente depredato di metà dell’importo se non dell’intero importo. Lo stesso dicasi per i pacchi dai familiari (quei pochi che avevano questa fortuna) che venivano consegnati con grande ritardo o non consegnati affatto.

Non diverso altrove.

E non era solo casualità o questione di ruberie, mai punite, ma anzi stimolate dalla Circolare 3C. Era una strategia politica, una ‘distruzione in massa’ di ‘masse umane’.Il 27 luglio 1942 il padre francescano Odorico Badurina (che solo in data 2 luglio, con l’arrivo dei soldati per l’apertura del campo nella zona di Kampor vicina al suo convento, si era lamentato perché ‘in convento si è insidiato il s.ten. Michele Tarallo col suo attendente…’.. trovandosi così con meno spazio per sé…) così annotava in ‘Cronaca del convento di Kampor’, il suo diario personale:…”La gente dice che gli italiani vogliono distruggere gli internati con la fame”.
Solo il 12 ottobre, 3 mesi dopo Podhum, evidenziava ancora che “secondo il cappellano militare don Luigi Stefani, il campo ospita attualmente circa 11.000 internati ..in questi giorni il cimitero ne ha accolti 114…
Ad Arbe risulterà anche di peggio, ancora più terribile e disumano.

Una sopravvissuta, allora nell’estate ’42 giovane ragazza – Branka Sercer, slovena di Zurge, villaggio distrutto come Podhum – confermò in più occasioni che nel campo, sotto il comando del t.col. Vincenzo Cuiulli – detto ‘il serpente’ – vi era un ‘commercio di bambini, quasi neonati’ presi dalle loro mamme e venduti a famiglie ricche italiane, come ‘adottati’. Molte guardie ne erano informate e ‘collaboravano’. E qualcuno i soldi dagli ‘acquirenti’ di certo li prendeva.

Branka parlò di almeno 30 bambini ‘scomparsi’. Crimine su crimine. Fascisti italiani o nazisti tedeschi? No. non aveva davvero torto Umberto Rosin, col suo ‘gli italiani sono peggio dei tedeschi’.

Da vergognarsi ancora oggi di esser figli di quell’Italia, vergognarsi di discendere da bestie così criminali e senza scrupoli. Che altro? Da vergognarsi che oggi in Italia ci sia qualcuno che lo esalti o che scriva necrologi ‘sempre nei nostri cuori’.

Il campo di Buccari (Bakar) era invece già operativo sin dai primi giorni della Circolare 3-C. Il gen. Roatta dette ordine di utilizzare, già dall’8 marzo’42, un ex-cementificio in disuso, sfruttando le vecchie 8 baracche e una stalla già lì presenti da anni. Ottima ‘location’ per raccogliere anche 600 disperati alla volta, circondata da reticolati e fili spinati e sotto la ferrea guardia – tanto per cambiare – dei Carabinieri Reali, comandati dal cap. bergamasco Alberto Gatti, prima, e dal triestino Romano Domanini, dopo, più avvezzo ai problemi con gli slavi.

Si arriverà anche a 2.000 prigionieri presenti in certi momenti.

Come fosse possibile tecnicamente non lo si è ancora capito. In particolare dopo Podhum e dopo l’operazione ‘Risnjak. Due villaggi soprattutto vennero quasi in toto sequestrati e i deportati: Gerivo con 919 persone e Dreznice con altre 500. Pulizia totale, bonifica etnica completa – si crede – con immensa soddisfazione del gen. Roatta e del Duce, l’uomo mandato dalla Provvidenza per la gloria del popolo italiano.

Di Buccari resta una lettera del 26 novembre 1942 del Commissario civile del paese, Luigi Colussi, fascista locale ma sebbene fascista comunque ancora dotato di un minimo pudore e buon senso. Strano quasi a credersi: un fascista anomalo. La lettera, spedita a Temistocle Testa, richiedeva la raccolta di pacchi di indumenti invernali e vettovaglie, necessari soprattutto per i bambini che in quel momento erano “circa 450 fino ai 10 anni, per la maggior parte fino ai 4 anni, provenienti dagli sgomberi effettuati nei Territori annessi e nella Croazia. Quasi tutti sono mancanti di vestiti, calzature e bisognosi di cure e alimenti sussidiari al rancio, come il latte“. La lettera non avrà esiti, come le altre per ‘magre risorse locali’.

O forse no. Dopo pochi mesi, tutti i deportati vennero trasferiti ad Arbe, ad Alatri o Renicci. Gli ultimi solo il 2 luglio ‘43, deportati dapprima a Susak e poi nei campi in Italia, visto oramai le campane a morto che stavano per suonare per il regime del Duce. A Buccari rimasero solo i morti, identificati in almeno 85, per lo più bambini stroncati dalla fame e dalle malattie. Non molto diversamente che altrove.
Alla notizia dell’armistizio, nella più grande confusione possibile e mai vissuta dalle nostre Forze Armate, ad Arbe/Rab, probabilmente venne subito ucciso il ‘Serpente’, il comandante Cuiuli. Non fu mai verificato e documentato, ma l’ipotesi più accettata, rimane quella che sia stato immediatamente arrestato e tradotto sulla terra ferma nella cittadina di Crikvenica e qui consegnato al locale comando partigiano titino. Processato (per modo di dire), fu condannato a morte, ma forse – si dice – prima di esser giustiziato, abbia preferito suicidarsi. Probabilmente il 13 settembre.
Nessuno avrà rimpianti, neanche cercandoli. Un sopravvissuto Joze Jurancic un ex-maestro elementare, scrisse nel 1995 in ‘Kmecki Glas’ una raccolta di Lubiana sul campo di Rab/Arbe, che Cuiuli “arrivava di corsa al campo minacciando a destra e a manca con la pistola e la frusta per cani. Sfogava la sua isterica rabbia a vuoto, mentre gli internati erano rintanati nelle baracche e sotto le tende”.
Rab o Buchenwald? Arbe o Bergen-Belsen?

Lager fascisti o nazisti? Cimiteri di Mussolini o di Hitler? Dove le differenze? Anche l’altro deportato Franc Potocnik (l’ex ufficiale della regia marina jugoslava) non mancò di descrivere il suo sadismo: ‘Tutte le sue inclinazioni criminali miravano a rendere quanto più dura possibile la vita degli internati già di per sé allo stremo delle forze e a instaurare nel campo un regime tale da cancellare negli internati ogni traccia di dignità umana, ridurli allo stato di animali e poi sopprimerli senza pietà. Suscitava odio e rigetto profondi anche fra i suoi stessi uomini’.

Il t.col. dei Carabinieri Reali, grande fascistone, uomo di fiducia di Mussolini oppure un gerarca delle S.S., figlio di Himmler o Hitler? Fascista o nazista?

Differenze? Buoni i nostri e cattivi i loro? O ‘Prima gli Italiani’ anche in questo caso? Già all’alba del 9 settembre, alcuni deportati di Arbe/Rab presero il comando del campo e con molti altri, pochi giorni, dopo si diressero verso nord. Concordarono col vice di Cuiuli, il nostro ten. Nanni, totalmente diverso dal suo capo, la resa dei nostri soldati in cambio del ‘salvacondotto’ affinché questi – i nostri – tutti potessero uscire dal campo e ritornare verso casa, senza altro spargimento di sangue o possibili, inevitabili, vendette.

E così avvenne per quasi tutti entro il giorno 11, gli ultimi entro il 13 settembre, dopo aver ammainato nel cortile del piazzale del campo la bandiera italiana, col massimo degli onori militari, col massimo rispetto sia dalla parte dei vinti che dei vincitori.

I nostri soldati, privi di ordini e totalmente abbandonati dal gen. Gambara – subentrato al gen. Roatta nei mesi precedenti – e dagli Alti Comandi, si dispersero come meglio poterono: una parte si imbarcò su alcuni battelli e pescherecci diretti verso nord, forse per raggiungere Fiume o Trieste; altri cercarono la strada per rientrare in Italia con mezzi di fortuna, talvolta – strano a credersi, ma furono provati vari casi, come nella zona di Pisino, verso metà settembre – anche aiutati da famiglie slave, avendone capito la nuova situazione militare. Come era avvenuto in Russia per le nostre truppe solo 8/9 mesi prima.

bambini a Rad- Arbe
Bambini nel campo di concentramento italiano dell’isola di Rab-Arbe 1942-1943.
(Museo di storia di Lubiana)
10 settembre 2022 Rinaldo Battaglia
liberamente tratto da ‘A Podhum io scrivevo sui muri’ – Ed. Ventus/AliRibelli – 2022.

a Podhum scrivevo sui muri