patto d'acciaio

MAI PIU’: ARMISTIZI BREVI & PATTI D’ACCIAIO LUNGHI – 8 settembre 1943

DI RINALDO BATTAGLIA

RINALDO BATTAGLIA

Fu nel Consiglio della Corona del 7 agosto ‘43 che si decise di uscire dalla guerra.

Il 7 agosto, 13 giorni dopo il 25 luglio.
Che sia stato Churchill a chiedere la testa di Mussolini per iniziare una seria trattativa di pace?
Del resto il Duce era stato scaricato anche da Hitler, non dimentichiamolo. I documenti firmati dal Fuhrer per il piano ACHSE (ossia cosa fare quando l’Italia si arrenderà. “Quando” si arrenderà, non “se” si arrenderà…) portano la data del 9 maggio ‘43.
Se Hitler avesse voluto “salvare” il Duce, avrebbe avuto 76 giorni per farlo.
Ma non lo fece: Mussolini aveva perso come alleato, poteva andargli bene solo come gomma di scorta o fantoccio, proprio come sarà usato dopo il 12 settembre ‘43.
E fu nel Consiglio della Corona del 1° settembre che si accettò la resa senza condizioni offertaci dagli Alleati, come poi firmata a Cassibile il 3 di settembre.

Poi con l’8 settembre… sappiamo come è andata. Ma vale la pena di spendere ancora due parole.

Sappiamo che è stato Eisenhower, alle ore 18.30 dell’8 settembre, con l’annuncio radio da Algeri, a costringere Badoglio a ufficializzare l’armistizio (non a caso via radio da Roma ma alle 19:45), dopo che per 5 giorni lo stesso Badoglio aveva sempre rimandato, tergiversato e creando non pochi malumori negli Alleati. E senza informare gli uomini delle nostre Forze Armate.

Tutti erano allo sbando, meno Badoglio, il re e pochi intimi che stavano scappando via Pescara verso Brindisi. Il gen. Roatta – l’uomo forte dell’Esercito – in un primo momento sembrava essere sul pezzo, sembrava prendere decisioni, sembrava preparare la difesa di Roma dalle evidenti operazioni che Hitler avrebbe ordinato appena ufficializzata la resa italiana.
Sembrava. Perché nei fatti la circolare che dava le disposizioni (la cosiddetta n. 44) – non firmata da Badoglio e dal gen. Ambrosio, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e superiore di Roatta, in quanto assenti (e noi ne sappiamo il perché!) – non diceva nulla ed era nulla di più della fotocopia di analoga circolare del 10 agosto, quando la realtà era totalmente diversa.

La circolare n. 44 venne comunque impartita solo il 9 settembre alle ore 5:15 del mattino. Dopodiché, quando i suoi subalterni lo chiamavano, il grande gen. Roatta non si fece trovare. Si stava accodando, in borghese e con un fucile mitragliatore in spalla, a Badoglio, Ambrosio e il Re nella corvetta Baionetta con destinazione Puglia.

Tutti lo cercavano, soprattutto il suo braccio destro generale Giacomo Carboni.

Tutti li cercavano, nessuno li trovava.

Hanno salvato le loro chiappe, ma prima ovviamente sono passati in banca a prelevare un po’ di cash per le spese correnti: 13 milioni di lire il Re, 10 milioni Badoglio. E avanti Savoia!
Hanno salvato le loro chiappe lasciando nel vuoto più completo tutti gli altri.
Solo nell’esercito v’erano 2 milioni, di uomini in questo caso. Un terzo sarà preso prigioniero dai nazisti e mandato da schiavi nei loro lager. Hitler li battezzerà il 20 settembre ‘43 come Internati Militari italiani, gli IMI, senza i diritti dei prigionieri di guerra ma coi doveri proprio degli schiavi a tutti gli effetti.

Qui, è utile ricordate il mitico Alberto Sordi e al suo s. ten. Alberto Innocenzi – in “Tutti a casa” di Luigi Comencini, 1960 – quando telefona allarmato al suo colonnello (che solo qualche ora prima gli aveva consegnato il nuovo ordine ricevuto da Roma, ossia quello di far cantare la truppa, quando si marcia, per “recuperare lo spirito nazionale”; a Roma evidentemente non c’erano altri problemi nel primo pomeriggio dell’8 settembre).

Il s. ten. Innocenzi, arrivando verso la caserma, con la sua truppa, dopo la marcia, cantando a squarciagola, vede che i tedeschi stanno massacrando la guarnigione italiana, corre subito in un’osteria vicina e via telefono spiega al suo superiore che i tedeschi si sono alleati con gli inglesi e che essendo all’oscuro di tutto attende ordini, ordini… Ordini che mai arriveranno.
Che dire?
Il Grande Generale Roatta, tre medaglie al valor militare, eroe nella Guerra di Spagna, terrore in Slovenia e Croazia, temuto da tutti, criticato persino dai gerarchi nazisti per la crudeltà dei suoi metodi, è una lepre in fuga dopo l’8 settembre.

Ma non finiscono qui le sue gesta e quelle degli altri ‘falsi eroi’.

Quando si è ‘criminali’ (e in buona parte di loro ‘criminali di guerra’ per la War Crimes Commission del 4/3/1948) lo si deve essere fino in fondo.
Roatta e Badoglio ricomparvero sulla scena del delitto il 29 settembre ‘43 a Malta, sulla nave inglese Nelson, a firmare l’armistizio ‘lungo’, ossia, diremmo oggi, i “decreti attuativi” dell’armistizio ‘breve’ dell’8 settembre.
Era previsto.
Le malelingue però hanno sempre sostenuto che la loro presenza serviva affinché Eisenhower e Churchill garantissero un domani la cancellazione di richieste (quasi certe) per condanna quali criminali di guerra, a loro carico.
Non ci sono prove di questo, dicono gli storici e di certo non sarebbero mai potute esser dichiarate o scritte.
Le malelingue però dicono quello e come affermava sempre Andreotti, uno che di politica qualcosa ne capiva e che non è del tutto estraneo al caso Roatta, «a pensar male si fa peccato ma si indovina».
Vero o falso che sia, né Badoglio né Roatta – come prima detto – non avranno problemi in merito. E non saranno gli unici.

E non sono opinioni o pareri personali fondati sul “si dice”.

A Mosca infatti, qualche settimana dopo – dal 18 ottobre all’11 novembre ‘43 – presenti oltre ai russi (Molotov) anche gli Inglesi (Antony Eden) e gli USA (Cordell Hull), si decise che «i capi fascisti e i generali dell’esercito italiano noti o sospettati di essere criminali di guerra venissero subito arrestati e consegnati alla giustizia internazionale».

E ciò in coerenza con la creazione della “United Nations War Crimes Commission” del 20 ottobre ‘43 (da cui nacque a guerra finita l’ONU e pertanto poi chiusa nel ‘49), composta da 17 paesi (Francia, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Australia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Belgio, Cina, India, Nuova Zelanda, Lussemburgo) e che doveva creare la lista dei criminali di guerra per facilitare poi il giudizio dei governi, in tutto il mondo, a guerra conclusa.

La Commissione produsse i suoi risultati e nei suoi registri, chiamati Crowcass (Central register of war criminals and security sospects) finirono 1.283 presunti criminali di guerra italiani. Non vennero però considerati – e per Badoglio, Graziani e molti altri nostri generali fu una fortuna – i crimini eseguiti in Etiopia e Libia, perché la War Crimes Commission si doveva occupare soltanto di quelli commessi durante la Seconda Guerra Mondiale.Non solo l’Italia Fascista aveva qualcosa da nascondere prima del 1939, evidentemente. Anche gli altri paesi avevano “Armadi” ad hoc.

Documenti provano che nella War Crimes Commission le figure di Roatta e soprattutto di Badoglio furono molto discusse.

Alla fine intervenne il Foreign Office Inglese (Churchill docet) che nel settembre ‘45 diede precise disposizioni all’ambasciatore di Londra a Roma:
Dovrebbe cercare di portare all’attenzione dell’onorevole Parri (allora Presidente del Consiglio dei ministri) in maniera confidenziale e ufficiosa, il prezioso contributo che Badoglio ha fornito alla causa alleata, esprimere la speranza che questo contributo venga sottoposto alla attenzione della corte prima dell’udienza.”

E salvato Badoglio non è che si potesse poi condannare Roatta. E poi Robotti, Testa, Pirzio Biroli, Graziani e tutti gli altri. Anche solo per coerenza.

È una catena di sant’Antonio, anche se di santi qui non se ne vedono.
E, come nel gioco dell’oca, si ritorna così indietro nella casella dell’armadio della Vergogna e all’opportunità di usare i “nostri criminali di guerra” dopo il 1945 contro l’URSS, contro le sue rivendicazioni comuniste, contro i suoi alfieri e pedine (Tito compreso). Tutto torna, tutto ha un suo senso.
E i crimini a Marzabotto, Rab, Podhum, Basovizza, Villa Surani?
Le sofferenze dei nostri 700.000 IMI, di cui almeno 60/70mila morti nei lager nazisti che sulla loro pelle pagheranno le firme sul Patto d’Acciaio del 22 maggio ‘39?
Importano?

Ma cosa sanciva il Patto d’Acciaio?

Leggere gli art. 3 e 5 per capire….Quel giorno Mussolini aveva messo la testa degli italiani sulla ghigliottina dandone la corda in mano al Fuhrer a suo piacere……
Tutto il resto non conta, tutto il resto è conseguenza….

Da noi, infatti, nel paese addormentato del “Ma ha fatto anche cose buone oppure del “La colpa è stata solo di Hitler“, traduzione vigliacca del detto “i tedeschi erano cattivi, gli italiani buoni“, mai si parla del PATTO D’ACCIAIO (Stahlpakt) firmato a Berlino il 22 maggio 1939, pochi mesi prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Anzi, da quella firma la guerra ebbe il suo battesimo.

Sarebbe opportuno analizzare in modo approfondito proprio il significato dell’art. 3 e art. 5.Se uno dei due Paesi entra in guerra (entra sia come ‘attaccante’ o come ‘attaccato’) l‘altro Paese immediatamente lo seguirà (quindi il 10 giugno 1940 era una pura formalità). Nessuno dei due Paesi potrà procedere con una pace separata o un armistizio, senza il consenso dell’altro. Se avvenisse (per noi sarà proprio l’8 settembre 1943) quel Paese sarà traditore del Patto e ne subirà le conseguenze.
L’oroscopo di quel che avvenne, agli ebrei italiani o ai nostri soldati e alle nostre città, prima e dopo l’8 settembre, era già stato scritto anni prima, in un lunedì sera a Berlino.

Nell’ignoranza totale, presente e futura, degli italiani.

Gli IMI saranno quindi usati da Mussolini il 23 settembre ‘43 a Monaco, al momento della firma che sanciva la nascita della Repubblica di Salò, quale moneta di scambio per ripagare la ‘colpa’ dell’Italia dell’8 settembre’43 per aver tradito gli accordi che lui, il Duce, aveva firmato il 22 maggio 1939 sulla pelle sempre degli italiani.
Ma anche questa è Storia che pochi in Italia conoscono. Servirebbe? Elettoralmente conviene?
Ai posteri l‘ardua risposta.

TESTO DEL PATTO D’ACCIAIO DEL 22 MAGGIO 1939

Sua Maestà il Re d’Italia e di Albania, Imperatore d’Etiopia, e il Cancelliere del Reich tedesco, ritengono giunto il momento di confermare con un Patto solenne gli stretti legami di amicizia e di solidarietà che esistono fra l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista. Il popolo italiano ed il popolo tedesco, strettamente legati tra loro dalla profonda affinità delle loro concezioni di vita e dalla completa solidarietà dei loro interessi, sono decisi a procedere, anche in avvenire, l’uno a fianco dell’altro e con le forze unite per la sicurezza del loro spazio vitale e per il mantenimento della pace. Su questa via indicata dalla storia, l’Italia e la Germania intendono, in mezzo ad un mondo inquieto ed in dissoluzione, adempiere al loro compito di assicurare le basi della civiltà europea.
Sua Maestà il Re d’Italia e di Albania, Imperatore d’Etiopia: Il Ministro degli Affari Esteri Conte Galeazzo Ciano di Cortellazzo (Italia), Il Cancelliere del Reich Tedesco; Joachim von Ribbentrop (Germania)
• Art. 1. – Le Parti contraenti si manterranno permanentemente in contatto allo scopo di intendersi su tutte le questioni relative ai loro interessi comuni o alla situazione generale europea.
• Art. 2. – Qualora gli interessi comuni delle Parti contraenti dovessero esser messi in pericolo da avvenimenti internazionali di qualsiasi natura, esse entreranno senza indugio in consultazione sulle misure da prendersi per la tutela di questi loro interessi. Qualora la sicurezza o altri interessi vitali di una delle Parti contraenti dovessero essere minacciati dall’esterno, l’altra Parte contraente darà alla Parte minacciata il suo pieno appoggio politico e diplomatico allo scopo di eliminare questa minaccia.
• Art. 3. – Se, malgrado i desideri e le speranze delle Parti contraenti, dovesse accadere che una di esse venisse ad essere impegnata in complicazioni belliche con un’altra o con altre Potenze, l’altra Parte contraente si porrà immediatamente come alleata al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari, per terra, per mare e nell’aria.
• Art. 4. – Allo scopo di assicurare per il caso previsto la rapida applicazione degli obblighi di alleanza assunti coll’articolo 3, i membri delle due Parti contraenti approfondiranno maggiormente la loro collaborazione nel campo militare e nel campo dell’economia di guerra. Analogamente i due Governi si terranno costantemente in contatto per l’adozione delle altre misure necessarie all’applicazione pratica delle disposizioni del presente Patto. I due Governi costituiranno, agli scopi indicati nei summenzionati paragrafi 1 e 2, Commissioni permanenti che saranno poste sotto la direzione dei due ministri degli Affari esteri.
• Art. 5. – Le Parti contraenti si obbligano fin da ora, nel caso di una guerra condotta insieme, a non concludere armistizi e paci se non di pieno accordo fra loro.
• Art. 6. – Le due Parti contraenti, consapevoli dell’importanza delle loro relazioni comuni colle Potenze loro amiche, sono decise a mantenere ed a sviluppare di comune accordo anche in avvenire queste relazioni, in armonia cogli interessi concordati che le legano a queste Potenze.
• Art. 7. – Questo Patto entra in vigore immediatamente al momento della firma. Le due parti contraenti sono d’accordo nello stabilire in dieci anni il primo periodo della sua validità. Esse prenderanno accordi in tempo opportuno, prima della scadenza di questo termine, circa il prolungamento della validità del Patto.
Berlino, lì 22 maggio 1939, Anno XVII dell’Era Fascista.

8 settembre 2022 – Rinaldo Battaglia –

liberamente tratto dal mio ‘La colpa di esser minoranza’’ – ed. AliRibelli – 2020

 

la colpa di esser minoranza