STALKING: UNA LEGGE INADEGUATA E PERICOLOSA

DI RITA NEWTON

 

Restiamo spesso scioccati di fronte a pene, sentenze e ordinanze evidentemente inadeguate (per difetto) ai comportamenti criminosi messi in atto dai colpevoli. Anche in questi giorni siamo colpiti da delitti efferati che si sarebbero potuti evitare se il paradigma legislativo fosse stato certo e inoppugnabile.

Il primo pensiero è che vi sia stata scarsa attenzione di forze dell’ordine e magistrati, ma molto spesso il problema è il modo in cui sono scritte le norme penali, approvate da un parlamento troppo pieno – a mio avviso – di personaggi che temono di incappare nelle stesse leggi che stanno varando.

Le leggi che basano la configurazione di un reato su elementi soggettivi e non oggettivi (come quella sullo stalking, ma non solo), favoriscono quella delle due parti che ha i migliori avvocati e periti, non la vera vittima. Addirittura possono ribaltare i ruoli di colpevole e vittima rispetto alla realtà.

Chiarisco il mio pensiero.

Una fattispecie basata su elementi oggettivi dovrebbe prevedere che se un tale compie un certo numero minimo di atti, questi sia automaticamente colpevole. Per esempio, se X manda più di dieci sms o mail o altre cose, anche apparentemente innocue ma indesiderate a Y, X commette reato di stalking, viene condannato e la giustizia è certa e rapida.

Ma invece a quale artificio sono ricorsi i legislatori? Che se Y non riesce a provare di aver avuto un danno dalla condotta di X, dimostrando ad esempio che essa ha comportato modifiche delle sue abitudini a causa di timori per sé o per i suoi cari, X può continuare nei suoi comportamenti lesivi. Quindi se Y è una persona forte, che una perizia non troverà affranta o impaurita per il comportamento di X (per cui occorre anche dimostrare il nesso di causalità) e se per qualsiasi ragione non ha potuto modificare le sue abitudini, X non potrà essere fermato e punito. Viceversa, se Y per due soli episodi prova (o riesce a simulare) terrore, risulterà vittima.

Questo tipo di ragionamento è pericoloso e dovrebbe essere applicato solo nella giustizia civile, cioè laddove si stabilisce un risarcimento, che ovviamente va proporzionato al danno.

Ma il comportamento penalmente rilevante dovrebbe essere tale comunque sia, in modo oggettivo, con una pena minima e aggravanti proporzionate al danno. E ovviamente tutta un serie di decisioni dei tribunali – come ordinanze di allontanamento, il braccialetto elettronico o gli arresti domiciliari per il reo – sarebbero conseguenti alla riconosciuta gravità del comportamento, che oggi è opinabile.

In assenza di danno psicologico, per provare lo stalking ci si dovrà basare su fatti gravi, ovvero sulla presenza di circostanze già punite da altre norme, come minacce e lesioni.

Una previsione oggettiva come quella “numerica” sarebbe anche d’aiuto a chi mandasse sms, e-mail o altro in buona fede, perché saprà quale è il limite certo da non valicare se le sue attenzioni sono state dichiarate indesiderate dalla persona interessata.

Anche per il mobbing (fattispecie che in realtà non esiste nella legge ma viene ricavato da un insieme di comportamenti lesivi concordanti) se non si riesce a provare il danno si deve subire, e ovviamente l’impresa potrà ingaggiare avvocati e periti di parte molto migliori di quelli che il lavoratore sarà in grado di pagare, con effetti sul risultato finale.

Pertanto non bisogna addebitare responsabilità a chi le leggi le deve applicare, ovvero forze dell’ordine e magistrati, ma a chi le scrive e le approva.

Diceva Otto von Bismarck “Meno le persone sanno di come vengono fatte le salsicce e le leggi e meglio dormono la notte.” Il problema è che qui l’indegnità non riguarda solo il metodo, ma il risultato dell’opera del legislatore.