BASIRA, GIUDICE AFGHANA ATTIVISTA PER I DIRITTI IN FUGA DAI TALEBANI

DI RITA NEWTON

 

Meno di un anno fa, Basira Qazizada sembrava avere tutto. Nemmeno trentenne, era un giudice affermato presso la Corte Suprema della Corte Commerciale Primaria di Kabul in Afghanistan.

Ma il 15 agosto 2021 tutto è cambiato. Mentre era nel suo ufficio a concludere alcuni casi, una collega si precipitò dentro e annunciò che i talebani avevano preso il controllo della città e rilasciato tutti i prigionieri. Alle magistrate fu detto di andarsene immediatamente, per salvarsi la vita.

Come altre donne giudici in Afghanistan, Qazizada era abituata a ricevere minacce regolari. Includevano lettere di uomini affiliati ai talebani e all’ISIS che giuravano di uccidere lei e la sua famiglia dopo che lei aveva preso una decisione contro di loro in tribunale.

Anche prima che i talebani prendessero il potere, avevano promesso ai loro soldati che fossero riusciti ad uccidere un giudice, in particolare donna, 100.000 dollari afgani. Dopo di ciò due donne giudici sono state giustiziate dai talebani davanti alle loro case in pieno giorno, nell’impunità. Anche contro di lei c’è stato un attentato che però non è andato a segno.

Quando i talebani ripresero il potere, Basira si nascose a casa di sua sorella. In contatto con altri membri della International Association of Women Judges e dell’Afghan Women Judges Association su WhatsApp, ricevette una telefonata da un’avvocata polacca dell’immigrazione che aveva sentito parlare di lei e le propose di evacuare in Polonia. Qazizada accettò chiedendo di poter portare anche sua cognata e suo fratello, che era un giornalista anche lui ad alto rischio e il governo polacco approvò l’evacuazione per tutti e tre.

Dopo varie difficoltà lasciarono l’Afghanistan e dopo sei mesi in Polonia, Basira ha ricevuto un visto dall’ambasciata statunitense a Varsavia. Così si è trasferita a Berkeley (USA) dove a febbraio ha iniziato a collaborare con la celebre università americana grazie a un programma organizzato dal Centro per i diritti umani della facoltà di giurisprudenza, dall’Istituto per i diritti umani della San Jose State University e dall’Associazione studentesca afgana di Berkeley per portare in zona gli studiosi afgani minacciati.

Attualmente lavora come visiting scholar presso HRC. Il progetto di Qazizada si chiama “donne giudici e i loro effetti sui diritti delle donne e la libertà in Afghanistan”.

Suo padre era un giudice e fin dalla tenera età Basira era attratta dal diritto e dalle materie sociali. Ma crescendo sotto il dominio dei talebani, alle ragazze non era permesso andare a scuola. I suoi genitori misero insieme dei soldi e lei e le sue sorelle seguirono corsi privati ​​di cui i talebani non erano a conoscenza. Quando i talebani persero il potere, con un esame le ragazze che avevano frequentato classi private segrete furono riammesse a scuola.

“In classe, alcuni dei miei coetanei dicevano che una ragazza non può essere un membro del parlamento, o un giudice, o una posizione di potere. Non ero d’accordo”, dice Qazizada. E’ diventata giudice della Corte Suprema nel 2015.

Nel suo percorso come magistrato e come attivista per i diritti ha lavorato su questioni relative ai diritti umani, all’emancipazione femminile, ai diritti di eredità e al diritto di proprietà. Ha svolto alcune ricerche sulla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne ed ha sviluppato risorse affinché le donne comprendano meglio i loro diritti.

“Ho ricevuto minacce per questo, perché è contro l’ideologia dei talebani”, dice Qazizada. “Ma sono cresciuta con l’idea di dover essere forte e di mentalità sociale e di dover difendere i diritti delle donne. Mia madre mi diceva che la resistenza e la perseveranza sono la chiave della prosperità”.

Foto dal sito dell’Università di Berkeley