CASO MOLLICONE: LE BESTIE E LA GIUSTIZIA (IN)GIUSTA

DI RITA NEWTON

 

Quando Serena Mollicone fu riesumata, si trovò che erano stati asportati gli organi sessuali e l’ano. A meno che non sia stato un feticista amante del rischio, il motivo logico è che gli autori del delitto temessero il ritrovamento di qualche traccia su quei tessuti biologici.
Alla fine per tanti omicidi si tratta di violenza carnale. Mi indigna come si possa essere così bestie da non fermarsi davanti a niente pur di togliersi una soddisfazione sessuale (gli autori del delitto) e da giustificare e coprire quanto accaduto (i complici che occultano il cadavere, cancellano le prove e depistano le indagini) come se la vittima fosse solo un pezzo di carne e non una persona.
Per quanto riguarda le assoluzioni, vedo il titolo tendenzioso di Repubblica: “I giudici hanno fatto cadere le accuse”. No, la difesa ha fatto cadere le accuse e i giudici non hanno potuto far altro che prenderne atto, perché il principio è che non si può privare una persona della libertà per decenni solo perché, pur mancando pezzi del puzzle, sembra di capire ugualmente quale sia l’immagine.
Un bravo avvocato e un bravo perito possono ribaltare una tesi puntando il dito sui pezzi mancanti.
Il titolo di Repubblica, però, conferma nel cittadino frustrato nella attesa di giustizia l’idea che ci sia stata una copertura da parte della magistratura, essendo gli imputati persone appartenenti o vicine alle Forze dell’Ordine. Il tutto senza, ovviamente, conoscere le motivazioni della sentenza.
Ma se avessero voluto coprirli non li avrebbero nemmeno indagati e poi rinviati a giudizio con proposte di pena tanto alte.
In realtà c’erano delle incongruenze favorite dal ritardo dei primi inquirenti e dall’evidente occultamento di alcune prove.
Per esempio il colpo alla tempia della vittima che si ritiene fosse stato prodotto dallo stipite della posta su cui si trova una tacca che si trova però ad una altezza diversa. Sarebbe spiegabile se la giovane avesse indossato delle scarpe alte ma non sono state trovate, a quanto pare.
Poi c’è la questione della norma del “giusto” processo in base alla quale una testimonianza che non sia resa nuovamente in tribunale non viene ritenuta una prova. Per cui basta minacciare un testimone perché ritiri la precedente deposizione o ucciderlo, per annullare la prova. Provvidenziale, per il caso Mollicone, fu il suicidio del Brigadiere Tuzi…
Quella che sembra una conquista di civiltà (poter controinterrogare il testimone a sfavore per garantire il contraddittorio fra le parti) ed effettivamente è una garanzia per l’imputato accusato ingiustamente, in mano a gente danarosa, senza scrupoli o collusa con la criminalità organizzata o i poteri forti diventa un modo per smantellarla, la civiltà giuridica.
E così, fra una bestia che commette il delitto, un altro criminale che lo copre e tante norme create per tutelare gli accusati innocenti, nella patria del diritto tanti non riescono ad ottenere giustizia.
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