DECLINAZIONI AL FEMMINILE, MA LE RETRIBUZIONI?

DI RITA NEWTON

 

Leggo l’ennesima precisazione sulle declinazioni al femminile dei nomi ma non ne posso più di queste lunghe spiegazioni grammaticali, storiche, sociologiche che suonano come imposizioni e pubblico ludibrio alle donne che fanno mestieri da uomini e non si uniformano alla femminilizzazione.
Io sono ingegnere ma esisto e come! Il mio modo di esercitare la professione ha una cifra femminile, e si nota. Sono presidente di una associazione, votata da tutti gli uomini iscritti. Che io sia donna se ne sono accorti, immagino, anche se uso il participio presente e non mi faccio chiamare presidentessa.
Ormai ce lo avete detto, abbiamo capito perfettamente ma possiamo non concordare.
Piuttosto, facciamo qualcosa per la violenza ostetrica, laddove la donna dovrebbe essere protagonista ma è vittima, a prescindere dal fatto che la si chiami paziente, partoriente o puerpera.
E occupiamoci delle retribuzioni. Perché parole come operaia, impiegata, operatrice, addetta, cameriera, commessa, dottoressa, attrice, direttrice e coordinatrice esistono e vengono correttamente attribuite, ma non hanno alcun effetto sulla parità salariale, a dimostrazione che non sono le declinazioni il vero problema.
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