DOPO LA SCIAGURA BR-EXIT, L’OSTINATO NO-EXIT DI BORIS RIDOTTO A CARICATURA

DI PIERO ORTECA

 

Boris Johnson, governo nel caos: si dimettono i ministri Rishi Sunak, Sajid Javid e Will Quince. Lo strappo nella serata di martedì, poi la discussione rovente al Question Time. Il destino politico di Boris Johnson è appeso a un filo che appare di ora in ora più sottile. Martedì sera le dimissioni contemporanee del Cancelliere dello Scacchiere , il ministro del Tesoro e del ministro della Salute hanno inferto un colpo probabilmente fatale al suo governo e alla sua credibilità. Ieri nuovi addii e un question time rovente, in cui Johnson ha promesso di andare avanti nonostante la sfida, plateale, del suo ex ministro delle finanze.

Conservatori inglesi in rivolta

“Boris Johnson, vattene!” Il già molto discusso premier britannico questa volta rischia la poltrona. Mezzo Partito conservatore si è ribellato contro di lui e due importanti ministri e una raffica di sottosegretari e alti funzionari si sono dimessi. Le opposizioni, laburisti e liberaldemocratici, naturalmente soffiano sul fuoco. Motivo? Una nomina “sbagliata” e una difesa a oltranza dell’errore commesso.

Parolaio imbroglione

Ma, in realtà, c’è di più. In molti hanno smesso di credere al parolaio imbroglione, che aveva chiesto i voti per abbassare le tasse e che invece le ha aumentate di 12 miliardi di sterline all’anno. Battendo un record che durava da settant’anni. Comunque, va anche detto che chi è al potere in Occidente, in questo momento storico, paga pegno. Gli umori popolari divergono, in maniera sempre più chiara, dalle visioni del Palazzo. Una frattura che allarga il fossato tra il Paese “legale” e quello “reale”. Ma, per fortuna, le democrazie hanno la cura adatta: sottoporre i “potenti” al giudizio degli elettori. E se non dimostrano capacità e sincero interesse per il bene comune, beh allora i cittadini li rispediscono a casa.

Prima o poi alla prova del voto

Nel Regno Unito non si è ancora a questo punto, ma poco ci manca. Ci siamo già occupati, estensivamente, della crisi del Partito conservatore, messo a soqquadro da un premier, Boris Johnson, che, per la verità, i danni “collaterali” del suo operato è riuscito a distribuirli ecumenicamente. Tra i “Tories”, nel suo Paese e pure in Europa. Ha cavalcato la Brexit per “smarcarsi” geopoliticamente dall’Unione e acquisire “meriti” (servili) con Washington. Nella crisi ucraina, mentre Draghi, Macron e Scholz facevano i salti mortali per trovare, almeno nelle segrete stanze, una via d’uscita, lui ha sempre giocato a sparigliare. Lui e la sua Ministra degli Esteri, Liz Truss, più cinica e guerrafondaia del suo capo.

Trump ‘malrisucito

Ma ora a codesto “Trump malriuscito” (la stampa britannica può essere feroce) è arrivata addosso la montagna della mezza catastrofe finanziaria. Provocata anche dalle sue politiche ispirate (forse) dal sogno di resuscitare il vecchio Impero vittoriano. Che però, purtroppo per lui, è già morto, sepolto e “digerito” dalla storia.

Deliri di onnipotenza oltre il Cremlino

Come vedete, i deliri di onnipotenza non esplodono solo tra le mura del Cremlino. Dunque, Mr. Johnson cercava un passato onusto di glorie e allori, in stile “Rule Britannia” e invece ha trovato un presente pieno di rogne, a cominciare da un’inflazione quasi a due cifre. Se lo merita, perché ha gestito l’economia e la società inglesi come una rivendita di “fish and chips”. Senza curarsi degli avvertimenti della Banca d’Inghilterra e pensando, solo, ad alimentare lo scontro con Bruxelles su tutti i fronti possibili e immaginabili.

La rissa come prassi politica

Dal “protocollo irlandese”, ai finanziamenti culturali, dai diritti per le zone di pesca ai trucchetti per aggirare i dazi doganali. Niente da fare. Se parlate di Boris Johnson alla Commissione Europea, a microfoni spenti, vi diranno che assomiglia a un boss gregario di Broccolino, che però si dà arie da capo. E, infatti, rimane ancora incollato alla poltrona di Downing Street, nonostante la gragnuola di dimissioni che ha colpito il suo Gabinetto. In testa, tanto per far capire che la lingua batte dove il dente duole, il Ministro del Tesoro Rishi Sunak.

Contro l’analfabeta finanziario

Stanco di avere a che fare con un analfabeta finanziario come Johnson, che si rimangia un giorno si e l’altro pure tutto quello che promette. Risultato: ha rianimato i laburisti, ha rinvigorito i liberaldemocratici e ha finito di frantumare i conservatori. Tanto da perdere, recentemente, due elezioni suppletive, facendo scappare, disgustato (si è dimesso senza manco voltarsi), persino il Presidente del partito, Oliver Dowden. Assieme a Sunak hanno mollato il caicco di Johnson, che ormai imbarca acqua come uno scolapasta, anche il Ministro della Sanità, Sajid Javid, e una sfilza di sottosegretari.

Prima che la nave affondi

Certo, il governo di Sua Maestà non poteva dire che l’equipaggio scappa perché il capitano viene giudicato alla stregua di un mozzo. No, la scusa è stata la nomina (prepotente) di un collaboratore “chiacchierato”. Ovviamente, questa è una storiella per i gonzi e per la “disinformacjia” di Stato. Si capisce benissimo che mezzo Partito conservatore (oltre a tutto il resto del Regno Unito) è contro la politica economica del premier. E, per la, proprietà transitiva, anche contro scelte di politica estera sinceramente poco europee. Londra ha sempre giocato a sfavore di una strategia comune, di difesa e sicurezza, del Vecchio continente.

Stessi valori, interessi diversi

“Crediamo negli stessi valori, senz’altro, ma abbiamo interessi diversi. Gli inglesi guardano all’Indo-Pacifico, a tutto il blocco ex coloniale del Sud e del Sud-est, all’Australia, alla Nuova Zelanda. E alla Cina. La loro palese sudditanza diplomatica verso gli Stati Uniti, in Europa e in Ucraina, in particolare, è figlia di questo calcolo strategico un po’ ruffiano. Hanno bisogno dell’America, dall’altro lato del mondo”.

Di Piero Orteca

da:

6 Luglio 2022