I SOCIAL AFFOSSANO LE PROTESTE, ALMENO QUELLE IN PIAZZA

DI RITA NEWTON

 

L’amico Francesco Zorzenon osserva che non si scende più in piazza a protestare. Eppure, senza doverci riflettere tanto, di motivi di protesta ce ne sono molti: dai diritti umani e civili lesi, alle guerre, alla terribile situazione economica…
A parte i divieti di assembramento imposti dalle norme pandemiche o dal relativo buonsenso, ritengo che uno dei motivi per cui si scende poco in piazza sia il fatto che la protesta fisica è stata sostituita da quella digitale, con raccolte firme, appelli, post e commenti che ci danno l’illusione di fare qualcosa di significativo, oltre che informare.
Ho i like, quindi la mia protesta è condivisa.
Il fatto è che non ci rendiamo conto di essere in una bolla creata dall’algoritmo, che ci propone post di chi la pensa come noi e fa lo stesso con i nostri post, che per questo prendono svariati like.
Ma resta una protesta chiusa e persino controllabile, in quanto suscettibile di censura e quantificabile in modo esatto.
Dietro alla gente che scende in piazza si può intuire un malcontento generalizzato, perché si sa che non tutti hanno il tempo o il coraggio o la forza fisica di uscire in strada, magari spostandosi prima con treni e pullman.
Dietro a 1000 like ci sono solo 1000 persone e sono poche per avere un peso politico, anche perché l’espressione della loro rabbia si limita ad un click, quindi non fa paura.
Per questo, fino a che una protesta virtuale non diventa virale, con centinaia di migliaia o milioni di like e commenti critici non rileverà a fini mediatici, sociali e politici.
Anzi, rischia pure di trasformarsi in un boomerang, perché un numero contenuto di consensi per i quali basta un click farà pensare a chi governa che ci sia poca sensibilità su quel tema e quindi si possa premere sull’acceleratore invece che fermarsi.
Potrebbe essere un'immagine raffigurante 5 persone, persone in piedi, attività all'aperto e il seguente testo "ಕ FICHT TODAY FOR ABETTER TOMORROW"