NUOVA NATO NUOVI NEMICI: RUSSIA “MINACCIA DIRETTA” MA E’ LA CINA A FAR PAURA

DI PIERO ORTECA

 

Ora la Nato 2.0 fa esplicitamente politica anche economica, e sono subito guai con Pechino che si arrabbia. «Sfida sistemica» la formula di compromesso tra le diverse anime dei Paesi Nato sulla Repubblica Popolare. Non una «minaccia diretta» come la Russia, ma «una fonte di preoccupazione». Macron, esponente dell’ala più morbida, prova chiarire che la Nato «non è un’alleanza contro la Cina, ma dobbiamo tenere conto delle sfide sistemiche che pone la crescita della potenza cinese».

“Nato 2022 Strategic Concept”

Era prevedibile che il “polpettone”, aulicamente spacciato al vertice di Madrid come “Nato 2022 Strategic Concept”, avrebbe fatto arrabbiare i cinesi. Sì, perché il contorto e sconclusionatissimo documento, scritto a più mani, tra Consiglio per la Sicurezza Nazionale americano, Dipartimento di Stato e Pentagono, in effetti, consacra il nuovo ruolo della (ex) Alleanza atlantica, facendola diventare “sceriffa” della geopolitica planetaria. In particolare, come vedremo, lo “Strategic Concept” sferra un violento attacco “totale” contro Pechino, dove si mira innanzitutto all’economia. I successi produttivi, commerciali e finanziari cinesi sarebbero frutto di un modello “coercitivo”.

Mutua assistenza in cambio di cosa?

La nuova Nato si trasforma, così, in un trattato di “mutua assistenza” sulla sicurezza internazionale, dove gli adepti vengono tutelati dagli Stati Uniti, ma devono rinunciare a una quota (piccola, media, grande?) di sovranità. Naturalmente, non sta scritto da nessuna parte. Pronta l’argomentazione già troppo spesso usata sul “prezzo che bisogna pagare per restare liberi”. Anche se a noi, questo tipo di libertà, ricorda molto quella dei sorci che correvano appresso al pifferaio di Hamelin. Possibile, ci chiediamo, che non ci sia un altro modo per pagare un biglietto così salato? La verità è che l’allargamento della Nato non è più un concetto spaziale, ma di filosofia politica. Anzi di “dottrina”.

“Dottrina Biden”

Per questo proponiamo di definire un tale progetto strategico “Dottrina Biden”, dal nome del Presidente Usa che se ne è fatto alfiere, fin dai primi discorsi dopo la sua elezione. Si tratta, in pratica, della “Dottrina Clinton” riveduta e corretta. Parliamo della spinta alla “esportazione della democrazia”, teorizzata da Leslie Gelb e condivisa dal famoso (o famigerato) Francis Fukuyama (“La fine della storia”). Un’eccellente motivazione per giustificare l’interventismo politico, economico e militare degli Stati Uniti in ogni angolo del pianeta. Che però, evidentemente, è un boccone troppo grosso, anche per le velleità di Washington.

“Il problema di Biden è stato Trump e il suo sfacciato neo-isolazionismo. L’altro cruccio è stato quello di essere ricordato, comunque, come il “vice” di Obama. Biden si è trovato stretto tra due filosofie presidenziali agli antipodi. Il resto (degli errori) ce li hanno messi lui e i suoi “adviser”, che non sono certo la crema della “governance” a stelle e strisce”.

Nuova Nato grazie a Putin

Risultato: economia sull’ottovolante, problemi sociali in cancrena ma, soprattutto, politica estera schizoide. Se Putin non avesse fatto l’incredibile fesseria di invadere l’Ucraina, a quest’ora, ai vertici Nato, si parlerebbe addosso solo una cerchia di ministri sfaccendati. Invece, oggi, Biden arriva e sembra Napoleone ad Austerlitz. E l’Unione Europea si lecca le ferite e tace, mentre l’unico che alza il dito (Macron) viene messo subito dietro la lavagna.

Global Times, coreani e giapponesi

Ieri, il Global Times, la versione internazionale del Quotidiano del popolo di Pechino, ha colpito come se stesso usando un fucile di precisione: “Che ci fanno i giapponesi e i sudcoreani al vertice della Nato?” I cinesi sostengono di essere diventati “bersaglio” delle attenzioni americane (e, quindi europee) già al G7, soprattutto per questioni commerciali. Il problema dell’aggiramento delle sanzioni contro la Russia (lo fa mezzo pianeta, Europa compresa) sarebbe solo un falso scopo. Biden è preso tra due fuochi: inflazione e deficit (astronomico) della bilancia commerciale. Per questo “punta” la Cina. D’altro canto, nel report Nato, la Russia, a leggere bene tra le righe, manco viene considerata come “novità strategica”. In che senso? Si ribadiscono cose che sentiamo tutti i giorni, da quattro mesi, a cominciare dal fatto che Mosca sarebbe la minaccia più immediata.

Diagnosi e cura

Alcune delle ipotesi sono condivisibili, per carità. Anamnesi e diagnosi sono quelle giuste e la guerra in Ucraina è senz’altro frutto del delirio di onnipotenza di Vladimir Putin. Dove tutto diventa “questionable” è sul versante, molto spinoso, della terapia. E qui entrano in ballo Joe Biden e la sua America, che vogliono tornare a essere, mettiamola così, il “polo ispiratore della geopolitica planetaria”. Dunque, la Russia, incapace finora di vincere l’orgogliosa resistenza ucraina, sarebbe in grado di invadere l’Occidente? Alzi la mano chi ci crede. Putin può solo ricattare, a chiacchiere, i suoi avversari con la minaccia nucleare.

Minaccia atomica anti tentazioni

Ma, fino a quando un alluce occidentale non varcherà i confini attuali della Russia, lui non userà mai le atomiche. E comunque, userebbe armi “tattiche”, in Europa centrale e meridionale. Colpendo Paesi satelliti della Nato, ma senza toccare le potenze nucleari, come Francia, Inghilterra o Stati Uniti. Pazzo sì, ma fesso no. Questo, tanto per far capire chi rischia e chi non rischia. Ma la novità è il punto 13 del documento Nato, quello che riguarda la Cina, che viene definita la vera sfida per il futuro. Le minacce? Tutte economiche. Si parla poco e niente di geopolitica o di sfere d’influenza, ma si parla assai di dollari.

Dai generali ai ragionieri

Così la Nato analizza la “supply chain” degli approvvigionamenti, mette in guardia contro il monopolio cinese delle “terre rare”, accusa Pechino di spionaggio industriale ma, soprattutto, di “sfruttare i lavoratori”. E, quindi, aggiungiamo noi, di inondare i supermercati americani (ed europei) di beni a prezzi stracciati. Certo, si tratta di un’offesa gravissima al libero mercato (quello delle multinazionali), da “lavare”, ad esempio, con i dazi doganali.

Di Piero Orteca

Da:

1 Luglio 2022

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PIERO ORTECA

Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale