CONFLITTI ARMATI: FERIRE E NON UCCIDERE PER POTER COLPIRE I SOCCORRITORI

DI RITA NEWTON

 

E’ questa una tecnica crudele e malvagia spesso usata nei conflitti, a tutte le latitudini, nell’intento di ammazzare più persone possibile, in particolare figure preziose come medici e paramedici.
Ne abbiamo un esempio recentissimo nell’assassinio (perché non si può definire diversamente mirare alla testa di una persona dotata di giubbotto antiproiettile con la scritta PRESS) di Shireen Abu Akleh, giornalista di Al Jazeera in Cisgiordania. Nonché, sembra, a Bucha (ma ovviamente è questa azione attribuita ai Russi ad essere puntata a dito da molta parte della stampa e dei profili Facebook).
Tanto è diffusa questa “tecnica” che da alcuni anni le ambulanze di guerra sono sempre più realizzate – oltre che con scudi di protezione – con sistemi di caricamento semiautomatizzato delle vittime, in modo da minimizzare le occasioni in cui infermieri e medici si vedano costretti a scendere dall’ambulanza per soccorrere i feriti.
Si progetta di ottenere ambulanze completamente automatizzate, in grado di eseguire a bordo misure dei parametri vitali e il primo soccorso senza l’assistenza di esseri umani. Il problema è il rischio che veicoli così sofisticati e attrezzati saltino in aria, nonostante siano contrassegnati come mezzi di soccorso, ma per una volta l’idea di salvare la vita umana (di operatori qualificati) prevale sulla mera questione economica, per gli stati che se lo possono permettere.
E’, ovviamente, una ben magra consolazione di fronte alla disumanità di questa tattica spesso applicata anche a danno dei civili quando il conflitto prevede interventi una resistenza.
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(nelle immagini ambulanza corazzata russa Tiger)
Potrebbe essere un'immagine raffigurante attività all'aperto