QUELLE SIGARETTE CHE NON FUMERÒ…

DI ANTONELLA PAVASILI

 

Stamattina, in studio.
Suona il campanello, indossiamo la mascherina, apriamo la porta.
Sull’uscio un uomo abbastanza giovane, certamente straniero.
Ha in mano dei fogli che brandisce come uno scudo.
E piange.
Piange senza ritegno e in un italiano stentato spiega che cerca l’avvocato, che qualcuno lo ha mandato dall’avvocato, che gli hanno detto che l’avrebbe aiutato.
Cerchiamo di capire.
Spiega che deve rinnovare il permesso di soggiorno e che ha bisogno di una marca da bollo.
Dice che non ha i soldi per comprarla e sempre piangendo giura che li restituirà perché ha già trovato un lavoro.
Pochi secondi e mille pensieri.
Ci sta imbrogliando, vuole i soldi e si è inventato questa storia.
E se fosse vero? se veramente avesse bisogno di una marca da bollo per rinnovare il documento? se perdesse il lavoro per quei pochi euro? si può piangere per finta? perché proprio qui, adesso?
In mano ho il pacchetto di sigarette, le mie maledette compagne di vita.
Faccio due conti.
Qualche pacchetto di maledette sigarette.
Fumo velenoso che ingoio.
La mia debolezza.
Un attimo, dico.
Passo nella mia stanza, prendo una banconota e gliela porgo.
E lui piange ancora di più.
E si inginocchia, e mi prende le mani e me le bacia attraverso la mascherina e giura che tornerà per restituirmeli, che mai più mi disturberà.
Gli dico che non li voglio, che vada ad acquistare la marca e che va bene così.
E lui torna ad inginocchiarsi e a baciarmi le mani.
E mi benedice nella sua lingua e col suo Dio.
Va via.
Nella mia stanza la foto di mio padre.
Sorride di più.
Ha approvato.
Per l’anima tua papà.
E se mi ha imbrogliato, va bene lo stesso.
Il mio cuore ha sentito che era giusto così.
Qualche pacchetto di maledette sigarette.
Che non fumerò…
Anche questo è per te…papà.
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