STUPRO DI GRUPPO, LA CORTE EUROPEA CONDANNA L’ITALIA

DI CRISTINA PEROZZI

“Stereotipi contro le donne, vittimizzazione secondaria, passaggi irrispettosi della vita privata, commenti ingiustificati e argomenti che veicolano i pregiudizi esistenti nella società italiana”.

La Corte Europea dei Diritti umani è perentoria sull’assoluzione in appello di sette imputati per lo stupro di una ragazza durante una festa a Firenze nel 2008. La Corte europea ha condannato l’Italia ancora una volta.

Sono stati violati i diritti di una “presunta vittima di stupro” con una sentenza che contiene “dei passaggi che non hanno rispettato la sua vita privata e intima”, “dei commenti ingiustificati” e un “linguaggio e argomenti che veicolano i pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana”.
Si tratta di una sentenza della Corte d’Appello di Firenze che nel 2015 assolse sette uomini accusati di una violenza sessuale di gruppo in danno di una ragazza dopo una festa.

La corte di d’appello ribaltò l’accusa per i giovani di aver abusato dello stato di ubriachezza della ragazza con “il fatto non sussiste”, sebbene in primo grado fossero stati condannati per aver approfittato dello stato di “menomata attenzione” della ragazza a causa dell’alcol. Le indagini provarono che durante una serata di festa insieme, sette giovani fecero ubriacare la donna, la accompagnarono in un parcheggio vicino alla Fortezza da Basso di Firenze, dove consumarono con lei rapporti sessuali a turno in auto. Lei si era fidata ad uscire con loro, perché erano gli amici di un suo amico, un regista di film splatter. E nonostante il sesso di gruppo con una vittima ubriaca, i giudici d’appello la pensarono diversamente.

“Tutti avevano bevuto insieme un quantitativo di shottini non particolarmente elevato e comunque imprecisato, e in fin dei conti Giulia, aveva tenuto una condotta tale da far presupporre che, se anche non sobria, era tuttavia presente a se stessa, si era mantenuta a cavallo del toro meccanico, aveva cercato al telefono l’amico che si era allontanato con la fidanzata, aveva risposto a tono a una ragazza (che le aveva chiesto se aveva bisogno di aiuto) una volta uscita dalla Fortezza, insomma nessuna condizione di menomazione poteva individuarsi rispetto agli autori del fatto”. Si legge che i ragazzi possono aver “mal interpretato la sua disponibilità” anche perché “fino all’uscita Giulia non aveva palesato particolare fastidio per le avances ricevute e si era fatta sorreggere fino all’auto”. “Se poi, come racconta, era rimasta come in trance, inerme, come un qualcosa in balia della corrente”, mentre gli altri effettuavano manovre invasive su di lei, e si erano mostrati quasi stupiti, quando lei aveva detto basta, recuperando borsa e scarpe uscendo dall’auto, allora non può che dedursi che tutti avevano mal interpretato la sua disponibilità precedente, orientandola a un rapporto di gruppo che alla fine, nel suo squallore non aveva soddisfatto nessuno, nemmeno coloro che nell’impresa si erano cimentati”.

Poi i giudici, due dei quali donne, spiegano che: “il racconto della ragazza configura un atteggiamento ambivalente nei confronti del sesso, che evidentemente l’aveva condotta a scelte da lei stessa non pacificamente condivise e vissute traumaticamente o contraddittoriamente, come quella di partecipare dopo il fatto al workshop estivo Sex in Transition vicino Belgrado o prima del fatto quella di interpretare un film splatter del regista imputato al processo, intriso di scene e di violenza che aveva mostrato di reggere senza problemi”.

Il dispositivo fu lapidario: “Assolti perché il fatto non sussiste”.  In questa “incresciosa storia”, non encomiabile per nessuno, un fatto penalmente non censurabile, mancando i connotati essenziali del reato.

Alla Corte di Strasburgo è voluta andare la presunta vittima della violenza, ma nel suo ricorso non ha potuto chiedere di esprimersi sull’assoluzione degli imputati, bensì solo sul contenuto formale della sentenza, scritta con argomentazioni a dir poco lesive della sua dignità.

Oggi, con un risarcimento per danni morali di 12 mila euro alla ricorrente, la CEDU ancora una volta sanziona l’Italia perché non garantisce adeguatamente vittime di violenza. Nulla in confronto alla violenza che la donna a subito in tutti questi anni.

Nel vedersi prima abusata sessualmente da 7 uomini, perché aveva bevuto e NON aveva detto chiaramente ed in tempo il suo no.
E poi nel vedersi giudicata dagli stessi che avrebbero dovuto tutelarla, trattata come una che se l’era cercata, forse anche meritata.
Altrimenti non sarebbe uscita a bere e divertirsi con sette amici maschi.

In Italia la giustizia è oramai una questione pregiudizialmente culturale. La misoginia ed il sessismo che pervadono le coscienze, persino quelle che dovrebbero reggere la bilancia con occhi bendati.

Fino a quando non troviamo il coraggio di processare prima di tutto il nostro metodo giudiziario non risolveremo nulla, e l’emergenza sociale femminile continuerà.
Tante donne saranno presunte colpevoli agli occhi di tutti e nello stesso tempo continueranno a restare vittime, davanti ad ogni giudice, ancora una volta e per sempre
La giustizia prima o poi arriva solo per chi non si fa intimidire ed ha la forza di crederci fino in fondo, contro tutto e tutti, anche da sole.